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Martina Benedetti scrive a Schillaci: “Crede negli infermieri?”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Martina Benedetti, infermiera simbolo della lotta al Covid, ha scritto al ministo della Salute, Orazio Schillaci.

Signor Ministro Orazio Schillaci,
sono Martina Benedetti, infermiera di Terapia intensiva. Ho già avuto l’opportunità di poterle esternare le mie forti preoccupazioni riguardo il mondo infermieristico nella puntata di Porta a Porta del 10/05/2023, nella quale era in collegamento. Ho avuto il privilegio di essere in studio e ricordo Lei rispose al quesito riguardante la carenza di personale infermieristico con la soluzione di rendere più brevi i percorsi di formazione.

Adesso sto scrivendo queste parole dopo uno dei miei turni in Terapia intensiva. Prima di essere un Ministro, Lei è un medico, attore a tutti gli effetti del mondo della sanità e come sa bene, tenere in vita una persona, in precario equilibrio, è il lavoro quotidiano di chi lavora in Terapia intensiva. Manteniamo l’omeostasi corporea quando dovrebbe, per varie cause, sopraggiungere la morte. 

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Permettiamo a un essere umano di respirare, di avere un circolo cardiaco adeguato interagendo, farmacologicamente e meccanicamente con l’emodinamica, manteniamo la funzionalità renale così come la peristalsi e l’integrità cutanea. Vegliamo su monitor, stati di coscienza, sedazioni, equilibri idroelettrolitici rapportandoci continuamente con i cargivers nelle situazioni più delicate e complesse che un essere umano può vivere nella propria esistenza. Questo 24 ore al giorno, sette giorni su sette. 

Ho letto, proprio dopo questo turno, le sue parole riguardo l’implemento del nostro organico con infermieri indiani come soluzione all’esodo infermieristico. Lei ha giustamente parlato di carenza infermieristica in tutta Europa, ma i colleghi europei, facendo un rapporto con la qualità di vita, non mi risulta percepiscano stipendi tanto bassi quanto i nostri.

Dopotutto i dati dicono in maniera chiara che la retribuzione degli infermieri italiani (riferita al reddito medio annuo lordo, comprensivo di contributi previdenziali e tasse sul reddito, ma con esclusione di straordinari e calcolato a parità di potere di acquisto) risulta di 28.400 euro a fronte di una media UE di 35.300 euro.

Quanto dovrebbe essere pagato un infermiere? Quanto dovrebbe essere pagato il lavoro sopra riassunto che, sicuramente, conosce bene? Attualmente, circa 1.495 euro (in media) al mese. Questo con responsabilità civili e penali che crescono in maniera inversamente proporzionale alla nostra qualità di vita. 

In questo momento storico così delicato non penso sia giusto dire che saranno gli infermieri provenienti da zone extra-europee, per quanto il mio rispetto verso il colleghi di tutto il mondo sia profondo, a risollevare dal baratro la professione infermieristica. Lei ci crede, in questa professione? 

Le istituzioni ci hanno dimostrato più volte di non farlo abbastanza. O di farlo con le parole, ma mai nei fatti concreti. Mi piacerebbe immaginare che, per una volta, il corso degli eventi possa andare diversamente rispetto a quella che è stata la routine alienante di questi anni. Routine di demansionamento e di sfruttamento. Immagini come verrebbe considerato dai 395mila (circa) infermieri Italiani se parlasse di maggior considerazione professionale, riconoscimento intellettuale e stipendi adeguati alle crescenti responsabilità? 

Non pensa che mettendo sul tavolo questi argomenti molti più giovani potrebbero essere incentivati a diventare infermieri? E molti infermieri, come me, continuerebbero a investire in questa professione invece di abbandonare o emigrare? Oggi, personalmente, non consiglierei a un giovane di intraprendere la mia professione se egli ha qualsiasi tipo di ambizione e/o aspettativa di crescita professionale. 

Accorciare i percorsi di laurea andrebbe soltanto a ledere la qualità e diminuendo la qualità, a lungo termine, aumenterebbero i costi. Pensiamo soltanto ai costi correlati alle infezioni ospedaliere che laddove è minore la qualità assistenziale, aumentano. Perché viene costantemente sottovalutato il risparmio che potrebbe essere ricavato investendo in qualità? 

Penso alle infezioni ospedaliere, sfida quotidiana, che causano morbilità, mortalità, allungamento di ricoveri. Tali infezioni hanno quindi un considerevole impatto economico sui servizi ed in generale sui costi del Servizio sanitario nazionale.

Per quanto riguarda la misura di costo-efficacia della batteriemia correlata a cateterismo dopo l’introduzione di un infermiere addetto al controllo della nutrizione parenterale totale (TPN) si è visto che: introdurre un infermiere addetto al controllo della TPN porta ad un risparmio di almeno 78.300 euro all’anno ed a riduzione di infezioni batteriche nei pazienti nutriti per via parenterale.

Il Ssn avrebbe dei risparmi importanti puntando sulla qualità e sugli infermieri, ma questo non lo dico io, lo dimostrano gli studi. Gli investimenti nei programmi di prevenzione e controllo sono ampiamente costo-efficaci ed ho appurato, nel corso degli anni che per farsi ascoltare bisogna sempre parlare in termini di spese e risparmi.

La qualità porta reale risparmio economico. Un risparmio che può essere investito in ulteriore qualità per l’utenza ed in maggior soddisfazione per il personale sanitario. È un detto che “chi più spende, meno spende”. Al momento, tuttavia, le politiche aziendali premiano i dirigenti che risparmiano. Un controsenso. 

Se si continua a considerare il Ssn un costo e non un investimento, si avrà sempre maggiore inefficienza e maggiori condizioni di rischio; sia per i pazienti che per i dipendenti. Inutile ritrovarsi a commentare, costernati, la cronaca riguardante episodi di violenza verso gli operatori sanitari o di malasanità verso gli utenti. 

In questo la matematica è chiara: diminuendo il numero degli infermieri nei reparti aumentano i morti. Io vorrei urlarlo tutti i giorni alla nostra utenza. Affinché, a loro volta, lo ribadiscano alle istituzioni. Studi dimostrano che il rapporto assistenziale ottimale è di 1:4 (infermiere per numero di pazienti) ma in Italia abbiamo, in media, un rapporto 1:11, quando va bene. Un recentissimo studio australiano ha dimostrato che gli infermieri fanno la differenza: salvano vite umane, accorciano la durata del ricovero e riducono notevolmente il rischio che il paziente torni in ospedale.

Per le strutture sanitarie il risparmio è di milioni di euro. Si stima inoltre nell’utenza, un calo del 7% delle probabilità di morte. I colleghi, in Australia, assumendo infermieri e rendendoli soddisfatti, hanno risparmiato circa 33milioni di dollari australiani, ovvero, 21milioni di euro. 

Mi auguro di non dover prendere un volo per l’Australia affinché quella che svolgo venga considerata una professione importante dalle autorità e abbia, sopratutto, la dignità che merita. Al massimo, per la considerazione attuale, dopo aver investito in formazione e crescita professionale che utilizzerei altrove verrei rimpiazzata da un collega del Perù.

Redazione Nurse Times

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