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Tutela della maternità: perché il nostro Paese è al tramonto

In tema di tutela della maternità l’Italia è indietro rispetto ad altri Paesi europei.

Da anni in Italia nascono meno di 400mila bambini. Record negativo nel 2023, con 379 mila nati, a fronte di 661mila decessi. Nel 2050 ci sarà un ragazzo ogni tre anziani. I flussi migratori non saldano il rapporto di sostituzione, necessario alla copertura del welfare: cala la qualità della vita, come è evidente nel servizio sanitario e scolastico.

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Per garantire l’equilibrio sociale il tasso di fertilità dovrebbe essere di almeno due figli per donna: in Italia è di 1,2 e l’età media della maternità, 31,6 anni, è la più alta in Europa, la cui media è di 29,7. La Francia, che ha il tasso di fertilità migliore (1,8) offre infatti da tempo agevolazioni fiscali, nidi, tempo pieno scolastico, part-time per entrambi i genitori. La Germania (1,5 figli per donna) offre supporti economici, congedi retribuiti e nidi garantiti. La Finlandia, ai minimi nel 2019 (1,35 per donna), ha switchato la tendenza con voucher baby-sitter, sgravi fiscali, congedo parentale più lungo e trasferibile da un genitore all’altro.

Come si vede, questi Stati hanno cambiato visione di fronte alla sfida, mettendo al centro la cura del bambino e al pari donne e uomini. In Spagna dal 2021 c’è il congedo parentale di 16 settimane per ciascun genitore (prime sei obbligatorie, le successive facoltative o a tempo pieno o part-time), con il 100% dello stipendio. In Portogallo i giorni indennizzati sono 150 al 100% o 180 all’80% dello stipendio, con la possibilità di altri tre mesi a testa di lavoro part-time.

In Norvegia sono 12 i mesi di congedo retribuiti suddivisi o condivisi tra padre e madre. In Svezia ogni genitore ha 16 mesi di congedo, tre all’80% dello stipendio. La Germania ha un congedo parentale flessibile: i genitori possono lavorare fino a 32 ore settimanali per 24 mesi. In Polonia il congedo dura 36 settimane, 20 retribuite al 100%.

E noi in Italia? Con la Legge di Bilancio 2024, al congedo obbligatorio di cinque mesi per la madre all’80% dello stipendio e solo dieci giorni a stipendio pieno per il padre, si aggiunge la possibilità, ma solo per i lavoratori dipendenti, di altri due mesi complessivi per i genitori, all’80% entro i primi 12 anni di età del bambino.

Ma il secondo mese così retribuito riguarderà solo il 2024: dal 2025 verrà ridotto al 60%. Esistono inoltre: l’assegno unico universale (in base al reddito, da 50 a 200 euro al mese per ogni minore); l’azzeramento dei contributi solo per le madri lavoratrici con più di tre figli; il bonus nido. Si tratta tuttavia di aiuti non sistematici, dai criteri restrittivi e iper-burocratizzati, di norme che ignorano che un figlio si genera, e quindi si cresce, in due e alla pari. Se a tutto ciò si aggiunge che i nostri nidi coprono solo il 28% per la fascia zero-tre anni, non stupisce che spesso una donna debba lasciare il lavoro dopo il parto.

In sintesi, il nostro welfare non supera la sfida e non tiene conto della parità: la spesa del Pil per la famiglia è dell’1,4% (1,9 la media Ue, 2,2 in Francia, 2,9 in Finlandia). Se gli effetti delle norme entrate in vigore nel 2024 sono ancora da vagliare, colpisce una contraddizione in atto da tempo. La Costituzione, all’articolo 31, dice: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.

Un’energia pro-creativa che continuerà a disperdersi finché le donne rimarranno equilibriste e gli uomini esclusi da una paritaria possibilità di cura. Se un Paese non aumenta la spesa per la cura (ospedali e scuole), quel Paese ha deciso di tramontare. E le scelte non accadono, si prendono.

Anna Arnone

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