Massimo Randolfi

All’ombra della pandemia Covid-19 l’appello disperato dei tirocinanti infermieri.

Dimenticati da ogni istituzione e privati di una formazione professionale adeguata.

Era il 9 marzo del 2020 quando il premier Conte con la firma del DPCM ,
istituiva l’inizio del 1° lockdown in Italia. Da quel giorno, sulla carriera
universitaria di milioni di studenti di infermieristica è calata una nube nera.


Con il progredire della curva dei contagi, il sogno degli aspiranti infermieri di ritornare in reparto si sgretolava di giorno in giorno e il quesito ricorrente che si faceva spazio nelle loro menti era:

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“che infermieri saremo domani?”.


Letteralmente l’infermiere è l’operatore sanitario che in possesso di diploma di laurea e di iscrizione all’albo professionale è responsabile dell’assistenza infermieristica.


Il ruolo dell’infermiere però si basa su un concetto fondamentale: il SAPERE, il SAPERE FARE ed il SAPERE ESSERE.
Il SAPERE riguarda la conoscenza teorica, il SAPER FARE rappresenta le
competenze specifiche tecnico-professionali, riguarda la parte operativa e le relative conoscenze pratiche e specifiche del ruolo mentre il SAPER
ESSERE rappresenta le competenze trasversali e riguarda la capacità di
essere, cioè quindi di conoscere bene se stesso al fine di poter entrare in
empatia con l’altro.


Data tale definizione, per essere un buon infermiere lo studente dovrà essere in grado di mettere in atto le tre tipologie del “sapere” e ad oggi tutto ciò non gli è stato reso più possibile.


Nelle Università campane, gli studenti, dal 9 marzo , non esercitano più il
tirocinio pratico curricolare, il quale è stato sostituito dal tirocinio online. Il
tirocinio online consta di ore in cui gli studenti seguono le spiegazioni dei
docenti, inerenti le svariate procedure infermieristiche talvolta anche molto delicate.


La domanda che si pongono gli studenti è del tutto lecita : “Come si può
imparare l’esecuzione di un prelievo ematico mediante lo schermo di un
computer? Come si può capire l’importanza del contatto con il paziente e
dell’ascolto attivo di quest’ultimo se il paziente è del tutto inesistente?

“Gli studenti non conoscono il significato di “lavoro di èquipe”, il carico che vi è nei reparti di degenza, come gestire un paziente in day hospital, la
preparazione del paziente per la sala operatoria, il faticoso lavoro che vi è
terapia intensiva e pronto soccorso; non sanno come comunicare e
relazionarsi al paziente e alla sua famiglia; non hanno dimestichezza
nell’eseguire PROCEDURE e INTERVENTI INFERMIERISTICI; non hanno
le competenze ed i requisiti per svolgere la mansione dell’infermiere in
seguito.

Alla domanda “che infermieri saremo domani?”, gli studenti rispondono:
“Un infermiere che non sa, non sa essere e non sa fare. Un professionista
che avrà paura di relazionarsi al paziente, di effettuare una procedura, di
lavorare in équipe e di saper gestire un’emergenza.

Tutto ciò non per volontà sua ma perché NON HA POTUTO FARLO.

L’entusiasmo e il desiderio sono stati sostituiti dalla paura e dall’angoscia.”


Nel più totale caos suscitato da questa pandemia globale, l’appello giunge da tre studentesse infermiere iscritte al terzo anno le quali sperano che le
istituzioni ed i ministri addetti ravvedano le loro decisioni e si apprestino a
porre un repentino rimedio a tutto questo.

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