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Coronavirus, infermieri del 118 stanchi e abbandonati: l’intervista simbolica di Nursing Up Piemonte e Valle d’Aosta.

Domande e risposte del segretario regionale Claudio Delli Carri per invocare un’intervento delle istituzioni.

Nursing Up, sindacato degli infermieri italiani e delle professioni sanitarie, propone un’intervista modello che potrebbe valere per uno qualsiasi degli infermieri del 118 impiegati in Piemonte oggi, per dare l’idea dello scoramento, del senso d’abbandono, ma anche della rabbia per la situazione che i colleghi ogni giorno devono affrontare, sempre più soli, sempre più abbandonati a se stessi, senza che uno degli appelli fatti in questi giorni, ad esempio per le protezioni, si sia tramutato in fatti. Gli infermieri sono allo stremo. Lo Stato, la Regione devono intervenire. IN ASSENZA DI RISCONTRI SAREMO COSTRETTI AD AGIRE PER TUTELARCI. Come vi sentite? Delusi, amareggiati, offesi e tristemente soli. Oltre che ovviamente spaventati, fottutatamente spaventati e non solo dal Covid 19 ma soprattutto dalla possibilità di essere la causa di contagio per le persone che amiamo e per quelle che ad oggi ci considerano eroi ma che domani ci accuseranno di essere stati degli untori. E la cosa triste è che avranno ragione! Perché dice ciò? Sono settimane che la nostra categoria chiede alla Regione e alle Centrali di implementare le indicazioni dell’WHO come è stato fatto in altre realtà, perché esse rappresentano il minimo sindacale nella lotta alla diffusione del virus soprattutto per noi che davvero siamo in trincea. Ogni paziente per noi può essere sospetto anche in assenza di sintomi respiratori, come per altro sostenuto da numerosi studi e studiosi e non solo da qualche infermiere con scarsa lucidità o competenze. A casa delle persone noi ci troviamo a relazionarci con parenti, vicinato e quant’altro senza avere nessuna certezza che le persone che vengono incontro ad accoglierci abbiano o meno tosse, febbre… Senza parlare delle persone incoscienti a cui prestiamo soccorso in incidenti, infarti, ictus alle quali sovente dobbiamo praticare una serie di manovre salvavita ma che hanno un rischio elevatissimo di diffusione del virus, nel caso malaugurato in cui il paziente fosse COVID 19 positivo, ma… noi non lo sappiamo perché la persona che stiamo soccorrendo non è in grado di risponderci e di fornirci la benché minima informazione, ma noi non possiamo fermarci altrimenti il paziente muore. E in tutto questo le nostre istruzioni operative ci vietano di usare DPI avanzati come le maschere FFP2 o FFP3 perché non ci sono sintomi respiratori. Sì, perché noi possiamo difenderci solo con una mascherina chirurgica in caso di paziente con problematiche respiratorie e se proprio dobbiamo avvicinarci ad una distanza inferiore a un metro allora siamo autorizzati ad usare le altre maschere. Faccio io una domanda. È mai salito su un’ambulanza? Il metro di distanza lo mantengo solo se lascio fuori il paziente. Ma anche a domicilio come posso fare un elettrocardiogramma, reperire un accesso venoso, medicare una ferita al volto senza avvicinarmi al paziente. O ancora più banalmente a misurargli la febbre con il termometro ascellare che ho in dotazione? Se collabora glielo posso far fare da solo ma se si tratta di un anziano, con una moglie ancora più anziana vicina che non capisce, come faccio a non avvicinarmi? Lo faccio ma senza le dovute protezioni. Inoltre, la qualità dei suddetti DPI e di un livello talmente scadente che le maggior parte delle volte si rompono durante la vestizione, ma sono talmente contati che ce li teniamo così, non possiamo sprecarli! Siamo in guerra armati di spade di cartone ed elmetti di panno! Molte associazioni di categoria si stanno muovendo in vostro aiuto, ormai il vostro appello è diventato corale. È vero, ma purtroppo si tratta di un appello che non è stato raccolto da chi di dovere. La politica locale e centrale fa orecchie da mercante, nascondendo, dietro a rendiconti e comunicazioni pieni di stima e
ammirazione per le professioni sanitarie tutte, una verità ben diversa. Una mancanza totale di responsabilità dove per responsabilità io intendo il prendersi cura delle persone che gestiamo. Noi infermieri conosciamo bene il valore di questa responsabilità ed è in virtù di questo concetto che continuiamo a svolgere il nostro lavoro, anche se siamo arrabbiati e lasciati da soli. E insieme a noi ci sono tutti quei volontari del soccorso che continuano a rimanere li in trincea con noi, condividendo le paure e i timori, ma andando avanti e solo in nome di un senso civico che purtroppo manca a chi si preoccupa forse più della poltrona che dei soldati al fronte. Le sue sono parole molto dure che raccontano di una realtà difficile da accettare, ma davvero pensa che addirittura diventiate untori? È un dato di fatto purtroppo, i numeri parlano chiaro. Ogni giorno si scoprono colleghi positivi se non già ricoverati nelle rianimazioni e intubati, ma oltre ad essere dei numeri che rimpinguano delle statistiche sono persone che prima di avere questo risultato hanno atteso giorni continuando a lavorare con obbligo di indossare una mascherina chirurgica che non rappresenta una garanzia assoluta alla trasmissione del virus. Questo nel migliore dei casi, e cioè quando si sa che il paziente trasportato è potenzialmente sospetto. Ma vogliamo parlare di tutti quegli interventi su cui siamo intervenuti privi di DPI e che poi si scoprono essere COVID 19 positivi magari a distanza di giorni, ma in realtà bastano anche poche ore o minuti, in cui abbiamo continuato ad entrare nelle case delle persone portando aiuto sì, ma anche il nostro carico virale? Per non parlare delle nostre famiglie, conosco colleghi che si mettono in isolamento volontario, rinunciando a vedere i propri figli basta tenerli lontano dal potenziale pericolo. Usando un termine bellico, noi in questo momento siamo il fuoco amico, non stiamo combattendo ma stiamo correndo e facendo correre dei pericoli alla popolazione. Lo Stato e le Regioni devono garantirci la possibilità di proteggerci, ponendo fine a questo atteggiamento scellerato di indifferenza verso l’unica arma, insieme al rispetto assoluto della norma da parte della popolazione, che attualmente abbiamo per fronteggiare la pandemia. Arriverà il tempo dei vaccini e delle cure, ne sono certa ma fino ad allora tuteliamo gli infermieri, le professioni sanitarie, i volontari del soccorso. La popolazione in questo momento ha capito la nostra importanza, magari è un riconoscimento temporaneo ma, ovunque ci sono attestati di stima e supporto com’è possibile che i vertici non lo capiscano? Oggi ci troviamo a combattere il Corona virus ma non dimentichiamoci che quotidianamente affrontiamo virus e batteri altrettanto pericolosi scordandoci che la dotazione dei presidi di protezione individuale standard prevede l’uso di guanti, mascherina, occhiali o visiera.  Ad oggi quindi ci troviamo a lavorare in condizioni inferiori a quelle prevista dalla legge in situazioni diciamo “normali”, dimenticando un piccolo problema… Siamo in PANDEMIA! Si sta puntando tanto sul sensibilizzare la popolazione a rispettare il DPCM del 09/03/2020, vedo volti noti dello spettacolo dello sport e politici attivi sui social che enfatizzano lo “STATE A CASA”. Questo è sacrosanto, ma vorremmo che si facesse la stessa cosa per sensibilizzare al massimo che la tutela degli operatori sanitari ha la stessa valenza. Siamo allo stremo e se non ci garantiscono la protezione i contagi tra di noi saranno tali da far implodere il SSN. Siamo tutti su di una china estremamente pericolosa e prima ne prendono atto le autorità deputate e prima riusciremo a fare fronte comune al problema. Chiediamo un atteggiamento di responsabilità e dovere morale a tutela della salute pubblica! Redazione Nurse Times Segui l’evoluzione dell’epidemia in tempo reale  
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