Il DPCM del 28 febbraio 2025 affida alle Regioni la formazione dell’assistente infermiere; il riconoscimento di crediti universitari per agevolare il passaggio verso la laurea in infermieristica apre scenari controversi e rischi di percorsi a due velocità.
La nuova disciplina che istituisce il profilo professionale di assistente infermiere è oggi al centro del dibattito di politica sanitaria e formativa in Italia. Il DPCM del 28 febbraio 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, recepisce l’accordo Stato–Regioni che definisce competenze, requisiti e i criteri di formazione per questa figura intermedia: una scelta che le Regioni sono chiamate ad attuare autonomamente attraverso percorsi formativi regionali.
Nella comunità professionale la discussione è calda: alla base delle critiche c’è l’ipotesi — prevista dal testo normativo e dalle prassi attuative regionali — che i percorsi di assistente infermiere possano usufruire del riconoscimento di crediti formativi provenienti da percorsi universitari in infermieristica, con lo scopo dichiarato di facilitare eventuali proseguimenti degli studi dopo il conseguimento della qualifica di AI. Questa soluzione, apparentemente pragmatica, solleva interrogativi pesanti su equità formativa, qualità delle competenze e riorganizzazione del sistema educativo-sanitario.
Perché la misura nasce…e perché inquieta
Il provvedimento è nato in un contesto in cui la dispersione negli indirizzi universitari di infermieristica è storicamente elevata: molti corsi registrano fino al 30% di abbandoni nel triennio, con una punta del 15% già al primo anno — numeri che rendono urgente trovare soluzioni di retention e canali formativi alternativi. L’idea di valorizzare un percorso “step-up” (OSS → Assistente infermiere → possibile ripresa degli studi universitari) risponde a una logica di flessibilità e inclusione professionale; tuttavia, trasformare questa logica in riconoscimento automatico di crediti universitari porta con sé rischi concreti.
Critiche delle organizzazioni e rischi sul piano professionale
Organizzazioni sindacali e associazioni scientifiche hanno già espresso riserve. Queste avvertono che l’introduzione dell’assistente infermiere, così come disciplinata, potrebbe indebolire l’intero sistema sanitario, creando una gerarchia di figure con formazione disomogenea e responsabilità non chiaramente bilanciate.
Dal punto di vista dei professionisti (gli infermieri), il timore è che il riconoscimento di crediti per i percorsi AI apra un “corridoio” che semplifica l’accesso alla professione ma riduce la solidità della formazione clinica: il valore clinico-assistenziale di una laurea triennale in infermieristica non si misura soltanto in crediti, ma nella durata e nella mole di tirocini, esercitazioni e insegnamenti che possono essere difficilmente sostituiti da moduli regionali più brevi affidate ad agenzie formative accreditate per la formazione professionale.
Impatto su università, studenti e ospedali: scenari possibili
Università: rischio di sfilacciamento dei percorsi accademici e di frizioni tra Atenei e Regioni su riconoscimento e spendibilità dei CFU. Gli atenei potrebbero trovarsi a dover valutare caso per caso crediti attribuiti da corsi regionali con standard diversi.
Studenti: possibilità reale di percorsi più brevi e “alternativi” ma anche di percorsi a due velocità, dove chi sceglie l’AI avrà vie più semplici ma potenzialmente meno solide per l’esercizio clinico avanzato.
Ospedali e territori: potenziale utile alle strutture in carenza di personale a breve termine, ma con il rischio di creare workforce segmentate, generando dubbi su responsabilità e competenze in reparti ad alta complessità.
Conclusione
In conclusione, il riconoscimento generalizzato di crediti ai percorsi regionali per l’assistente infermiere non è una soluzione pragmaticamente innocua, ma una scelta politica che mette a rischio l’integrità formativa e la sicurezza assistenziale: abbassa lo standard della preparazione, favorisce percorsi a due velocità e rischia di impoverire il valore della laurea triennale in infermieristica. Se il principio è quello di facilitare l’accesso al lavoro, la risposta non può essere la scorciatoia dei CFU facili ma l’armonizzazione rigorosa di programmi, tirocini e criteri di valutazione tra Regioni e Atenei. Per questo ribadiamo con forza quanto evocato dal titolo: “Assistente infermiere: la scorciatoia formativa che rischia di svuotare le università”, una scorciatoia che va fermata, regolata e ripensata prima che diventi il nuovo standard.
Redazione NurseTimes
Allegato
Articoli correlati
- Il 27 marzo NurseTimes denunciava l’assurda delibera OSS Veneto: il Tar la sospende
- Il Veneto “benedice” il Clone degli Infermieri
- Andreula (Opi Bari): infermiere ex professione sanitaria infungibile
- Assistente infermiere, Mangiacavalli (Fnopi): “Figura integrativa, non sostitutiva”
- Cicia (Opi Salerno) su assistente infermiere: «supporto concreto, non sostituzione»
- Assistente infermiere, Falli (Opi La Spezia): “Molti aspetti mi lasciano perplesso”
- Assistente infermiere, Volpe (Opi Taranto): “Così com’è concepito, non convince”
- Assistente infermiere, Zega (Fnopi): “Riduce il rischio di demansionamento”
- Assistente infermiere, Nursing Up ricorre al Tar contro Governo e Regioni
- Assistente infermiere: quando invece di asfaltare la strada riempiamo i fossi
- Unisciti a noi su Telegram https://t.me/NurseTimes_Channel
- Scopri come guadagnare pubblicando la tua tesi di laurea su NurseTimes
- Il progetto NEXT si rinnova e diventa NEXT 2.0: pubblichiamo i questionari e le vostre tesi
- Carica la tua tesi di laurea: tesi.nursetimes.org
- Carica il tuo questionario: https://tesi.nursetimes.org/questionari
Lascia un commento