Leggo dell’avviso pubblico per infermieri al Policlinico di Bari. Fin qui nulla di nuovo: gli ospedali cercano personale, succede da sempre. Poi però scopri un dettaglio interessante. In Puglia è ancora attivo il concorso unico regionale per 1.000 infermieri a tempo indeterminato. E nello stesso momento spuntano avvisi pubblici a tempo determinato per coprire urgenze, sostituzioni, fabbisogni immediati.
E allora ti fermi un attimo. Perché quando un sistema funziona, gli strumenti ordinari bastano. Quando invece concorsi, avvisi urgenti e graduatorie si sovrappongono, spesso significa una cosa sola: il sistema sta cercando di tappare buchi.
È un po’ come quei supermercati in cui la fila alla cassa è lunghissima e la soluzione è aprire un’altra cassa. Senza chiedersi perché metà dei cassieri se ne sono andati. La sanità pubblica sta facendo qualcosa di molto simile. Quando mancano infermieri, si apre un concorso. Se non basta, si pubblica un avviso. Se non basta ancora, si fa un altro bando. Come se il problema fosse la mancanza di graduatorie.
Il punto però è un altro, e lo sanno tutti quelli che lavorano negli ospedali: molti avvisi a tempo determinato oggi vanno deserti. Altri vengono rifiutati. Sempre più colleghi non sono disposti ad accettare precarietà, notti continue, festivi, carichi pesanti e una prospettiva che spesso resta incerta.
Nel frattempo il mondo fuori cambia. Il privato cresce, il convenzionato cresce, e per molti diventa più sostenibile. Ma nel dibattito pubblico il problema continua a essere raccontato sempre allo stesso modo: le liste d’attesa. Che esistono, certo. Ma forse sono la conseguenza, non la causa.
Perché puoi aprire tutti i concorsi che vuoi. Puoi pubblicare tutti gli avvisi che vuoi. Ma se il sistema non riesce più a convincere le persone a restare, prima o poi le casse resteranno vuote. E a quel punto il problema non sarà più quante graduatorie abbiamo aperto. Sarà capire perché sempre meno infermieri vogliono lavorare dentro quel sistema.
Guido Gabriele Antonio
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