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Rapporto annuale ISTAT 2026: SSN con più capitale umano, ma accesso alle cure e risorse territoriali restano diseguali

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Nel Rapporto annuale 2026, presentato dall’Istat il 21 maggio a Roma, la sanità emerge come uno dei punti più sensibili della lettura del Paese: crescita del capitale umano nelle professioni di cura, ma anche disuguaglianze territoriali ancora marcate nell’accesso ai servizi, nella spesa e negli esiti di salute. L’edizione di quest’anno, la trentaquattresima, offre un quadro integrato delle principali sfide economiche e sociali dell’Italia nel centenario dell’Istat.  

Il dato più rilevante per chi lavora nella sanità è la conferma di un sistema che continua a poggiare su professioni altamente qualificate, ma non distribuite in modo omogeneo sul territorio. Nel comparto “istruzione e sanità”, il 60,0 per cento del personale ha un titolo terziario, una quota molto elevata rispetto ad altri settori dell’economia. L’Istat segnala inoltre che l’aumento degli occupati laureati ha interessato soprattutto proprio istruzione e salute-assistenza, segno che il capitale umano è diventato un fattore decisivo anche per la tenuta dei servizi sanitari.

Professione infermieristica

Per le professioni infermieristiche e per l’insieme delle professioni di cura, il Rapporto descrive un’area del lavoro fortemente femminilizzata e ad alta qualificazione. Nel nucleo “core” delle professioni di cura, che comprende l’area sanitaria, l’insegnamento e l’assistenza sociale e domiciliare, il 74,9 per cento degli occupati “è donna”; quasi la metà è costituita da docenti, mentre un quarto è formato da infermieri, ostetriche e terapisti, il 16,0 per cento da operatori sociosanitari e il 10,8 per cento da medici. Questo passaggio è particolarmente significativo perché conferma il peso strutturale della componente infermieristica nei processi di cura e nella continuità assistenziale.

Finanziamento del SSN

Sul fronte del finanziamento, il Rapporto registra nel 2024 un finanziamento effettivo del Servizio Sanitario Nazionale pari a 136,7 miliardi di euro, ma con differenze regionali molto nette. Emilia-Romagna e Liguria risultano le regioni con il finanziamento pro capite più elevato, mentre Calabria e Basilicata si collocano tra i valori più bassi. L’Istat osserva anche che l’allocazione delle risorse non sempre coincide con il bisogno di assistenza della popolazione, un elemento cruciale per interpretare le difficoltà di molte aziende sanitarie e dei servizi territoriali.  

Ancora più esplicito è il capitolo dedicato alle disuguaglianze sociosanitarie.

Al 31 dicembre 2023, nelle Aree Interne vivevano 13,3 milioni di persone, pari al 22,6 per cento della popolazione e distribuite nel 48,5 per cento dei comuni italiani. In questi territori, il Rapporto segnala difficoltà di accesso ai servizi essenziali, invecchiamento della popolazione e declino demografico, soprattutto nel Mezzogiorno. Tra gli under 75 residenti nelle Aree Interne, l’Istat rileva un minor ricorso alle cure ambulatoriali, tassi di ospedalizzazione più elevati, maggiore mobilità fuori regione per cure ospedaliere e una mortalità evitabile più alta rispetto alle Aree centrali.

Offerta sanitaria

Il dato non è solo statistico: ha un impatto diretto sull’organizzazione dell’assistenza, sulla programmazione ospedaliera e sul rafforzamento della sanità territoriale. L’Istat evidenzia infatti che le differenze osservate non dipendono soltanto dai bisogni di salute o dai comportamenti individuali, ma anche da disuguaglianze strutturali nell’offerta sanitaria e nella sua accessibilità. Il Rapporto conclude che servono più servizi territoriali, migliore presa in carico precoce e maggiore continuità assistenziale per ridurre la mortalità evitabile e contenere i divari geografici nella salute.  

Particolarmente delicato è anche il nodo del Mezzogiorno.

L’Istat rileva un minore ricorso alla sanità ambulatoriale, livelli più alti di ospedalizzazione e tassi di mortalità evitabile più elevati. Inoltre, negli uomini la mortalità evitabile risulta quasi doppia rispetto alle donne, e circa 2,5 volte superiore per la componente prevenibile legata agli stili di vita. Si tratta di un segnale che richiama, per la sanità pubblica e per gli infermieri impegnati nella prevenzione, la necessità di strategie mirate su educazione sanitaria, intercettazione precoce del rischio e continuità delle cure.

Un altro passaggio utile per leggere il contesto è quello sulla spesa sociale e sociosanitaria.

Nel 2023 la spesa media dei Comuni per abitante era pari a 135 euro a livello nazionale, ma scendeva a 76 euro nel Sud e saliva a 177 euro nel Nord-est; in Calabria toccava appena 46 euro pro capite, mentre nella Provincia autonoma di Bolzano arrivava a 576 euro. Anche la spesa destinata alle persone anziane mostra differenze profonde: 46 euro annui per residente over 64 nel Sud contro valori molto più alti altrove. Per il sistema sanitario, questi divari si traducono in fragilità assistenziali che incidono sulla domanda di cure, sulla presa in carico e sulla pressione sugli ospedali.  

In sintesi, il Rapporto annuale Istat 2026 conferma una doppia traiettoria: da un lato cresce il capitale umano nelle professioni sanitarie e nelle professioni di cura; dall’altro restano forti i divari territoriali, economici e sociali che condizionano salute, accesso ai servizi e qualità dell’assistenza. Per il mondo infermieristico, il messaggio è chiaro: servono più investimenti nella rete territoriale, più integrazione ospedale-territorio e una valorizzazione reale delle competenze professionali, soprattutto nelle aree più fragili del Paese.

Redazione NurseTimes

Allegato: Rapporto annuale ISTAT 2026


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