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Liste d’attesa: quando il “recupero” diventa la normalità del fallimento

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C’è una parola che negli ultimi anni è entrata stabilmente nel linguaggio della sanità italiana: recupero.
  • Recupero liste d’attesa;
  • Recupero prestazioni;
  • Recupero visite arretrate.

E già questo dovrebbe far riflettere.

Perché ridurre la sanità a capacità di “recupero” significa accettare implicitamente che il ritardo sia ormai fisiologico.

Come se fosse normale accumulare mesi di attesa per poi celebrare il fatto di riuscire a smaltirne una parte.

Il punto infatti non è il 47%.
Non è capire se sia un dato positivo o negativo.

Il punto è un altro: perché siamo arrivati al punto da dover parlare di “recuperare” il diritto alla cura come se fosse una prestazione straordinaria?

Perché quando un sistema funziona, la cura non si recupera. Si garantisce.

E invece oggi la narrazione sanitaria sembra quella di una continua rincorsa.
Ogni anno un piano straordinario, nuove misure emergenziali, numeri da recuperare.

È come se la sanità fosse diventata un pronto soccorso organizzativo permanente.

Ma i sistemi complessi non si governano inseguendo continuamente l’urgenza.
Si governano programmando.

E qui emerge il vero problema che spesso nessuno vuole affrontare fino in fondo: le liste d’attesa non nascono improvvisamente.

Sono il risultato di anni di:

  • carenza di personale,
  • programmazione insufficiente,
  • professionisti che lasciano il pubblico,
  • territorio debole,
  • domanda crescente senza adeguamento strutturale.
Eppure tutto questo sparisce dalla narrazione.

Resta soltanto il dato finale.
La percentuale.
Il recupero.

Come se il sistema dovesse essere giudicato non sulla capacità di prevenire il problema, ma sulla velocità con cui prova a rincorrerlo.

E nel frattempo il costo reale ricade sempre sugli stessi.

Sui professionisti già sotto pressione.
Sui cittadini costretti ad aspettare.
Su chi vive l’accesso alle cure come una lotteria organizzativa.

Perché il vero rischio è culturale.

Quando il ritardo diventa normale, anche il diritto smette lentamente di esserlo.

E allora forse la domanda non è quanti appuntamenti siamo riusciti a recuperare.

La domanda è:
da quanto tempo abbiamo iniziato ad accettare che curarsi in tempo sia diventata un’eccezione da celebrare?

GUIDO GABRIELE ANTONIO

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