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“Prima che suoni quel campanello”: l’infermiere oltre la divisa

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Arianna Esposito firma un racconto tra corsia, empatia, fatica e fede: una testimonianza che parla a infermieri, pazienti e famiglie

Ci sono libri che raccontano la professione infermieristica attraverso norme, procedure e competenze. E ce ne sono altri che provano a raccontare ciò che nei manuali difficilmente trova spazio: che cosa accade dentro un infermiere quando per anni vive a contatto con dolore, morte, paura, solitudine e responsabilità.

Prima che suoni quel campanello, di Arianna Esposito, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il sottotitolo chiarisce subito l’ambizione dell’opera: “Oltre la divisa dell’infermiere: come sopravvivere alla sanità reale senza perdere l’empatia”

Non è soltanto un’autobiografia professionale e non è un manuale di nursing in senso tradizionale. È piuttosto un libro ibrido: memoria personale, riflessione sulla professione, guida pratica e quaderno di autoanalisi. Ed è proprio questa contaminazione a rappresentarne uno degli aspetti più interessanti.

Il campanello come simbolo della professione infermieristica

La scelta del titolo non è casuale. Il campanello del paziente diventa il filo narrativo dell’intero libro.

Nel prologo l’autrice descrive quel suono come qualcosa che chi non lavora in ospedale difficilmente può comprendere fino in fondo: un richiamo che significa, in sostanza, che da qualche parte qualcuno ha bisogno dell’infermiere

Ma il passaggio più efficace arriva poco dopo. Esposito racconta di come, nei primi mesi di attività, corresse a ogni chiamata, mentre con il trascorrere degli anni, tra notti, doppi turni e carenze di personale, quel suono abbia progressivamente smesso di provocare una reazione emotiva immediata. 

È qui che nasce la vera domanda del libro: come si continua a curare senza diventare semplici esecutori?

L’autrice propone un’immagine particolarmente efficace: l’empatia non sarebbe qualcosa che semplicemente si possiede o non si possiede, ma una capacità che può affaticarsi e irrigidirsi nel tempo. Il rischio, racconta, non riguarda soltanto chi non sa fare bene il proprio lavoro. Può interessare anche professionisti tecnicamente eccellenti, logorati però dalla stanchezza e dall’esposizione continua alla sofferenza. 

È probabilmente questa la tesi centrale dell’intero volume.

Dalla laurea nel 2020 alla sanità dell’emergenza

La prima parte del libro è fortemente autobiografica.

L’indice accompagna il lettore dalla laurea durante la pandemia agli anni lontano da casa, dal concorso al ritorno, fino all’esperienza nei reparti di chirurgia. La seconda parte cambia invece registro e diventa una vera e propria guida alla relazione di cura. 

Esposito racconta di essersi laureata nel 2020, davanti a un computer, mentre il mondo si fermava e agli infermieri veniva invece chiesto di iniziare immediatamente a correre. 

Seguono il primo impiego come vaccinatrice, la precarietà, il passaggio dalla retorica degli “eroi” dell’emergenza alla concretezza dei contratti che terminano, la decisione di partire e gli anni trascorsi a Milano.

Sono pagine che assumono un valore più ampio della singola biografia, perché intercettano l’esperienza di una generazione di professionisti sanitari entrata nel sistema durante il Covid-19: giovani rapidamente responsabilizzati, celebrati pubblicamente e poi costretti a confrontarsi con precarietà, mobilità geografica e condizioni lavorative molto meno eroiche della narrazione emergenziale.

La parte migliore del libro è quella che accade accanto al letto

Sono però le storie apparentemente più piccole a lasciare l’impronta maggiore.

C’è l’anziano che chiede semplicemente un bicchiere d’acqua e poco dopo muore. C’è una paziente che affronta una diagnosi pesantissima ma continua a parlare del caffè…e c’è chi prima di una procedura stringe la mano dell’infermiera e chiede soltanto: “Non mi fare male”.

E soprattutto c’è un anziano solo che, nel momento della morte, viene trovato con il campanello ancora stretto in mano.

In queste pagine Esposito riesce bene in un’operazione non semplice: ricordare che l’assistenza infermieristica non è la somma delle procedure eseguite durante un turno.

Una terapia può essere tecnicamente perfetta e tuttavia lasciare la persona sola. Una prestazione che richiede pochi minuti può invece assumere un significato radicalmente diverso se accompagnata da una spiegazione, dal rispetto dell’intimità, dal chiedere il permesso prima di toccare un corpo o semplicemente dal chiamare il paziente per nome.

È una concezione del nursing che nel volume trova anche riferimenti ai modelli di Jean Watson e Kristen Swanson, richiamati dall’autrice per sostenere l’importanza della relazione e dell’“essere con” la persona assistita.

Il volume, però, non va letto come un testo scientifico o accademico. I richiami teorici e neurobiologici servono soprattutto alla narrazione e alla riflessione personale; non c’è l’apparato bibliografico e metodologico che ci si attenderebbe da una pubblicazione scientifica. È una distinzione importante, soprattutto per un pubblico sanitario.

Burnout, “danno morale” e carenza di infermieri

Il libro diventa più apertamente professionale quando affronta ciò che, secondo Esposito, agli infermieri non viene riconosciuto.

Retribuzioni, formazione post-laurea, carenza di organico, aggressioni, responsabilità professionale e insufficiente riconoscimento dell’autonomia infermieristica entrano nella narrazione senza trasformarla in un manifesto sindacale.

Particolarmente interessante è la riflessione sul danno morale, distinto dall’autrice dal semplice esaurimento: non soltanto essere stanchi perché si è lavorato troppo, ma soffrire perché si conosce l’assistenza che sarebbe giusto garantire e non si dispone del tempo o delle risorse per realizzarla.

È uno dei punti più riusciti del volume perché sposta il problema dalla fragilità individuale all’organizzazione.

La stessa Esposito evita infatti una semplificazione pericolosa: la gentilezza non sostituisce gli infermieri mancanti. L’umanizzazione delle cure non può diventare l’alibi attraverso cui chiedere ai professionisti di compensare indefinitamente, con dedizione personale, problemi strutturali del sistema sanitario.

Empatia sì, ma senza portare a casa tutto il dolore

Uno dei capitoli più utili per chi lavora in corsia è “Come si resta umani senza spezzarsi”.

La risposta dell’autrice non è diventare distaccati.

Esposito distingue tra empatia intesa come immersione nella sofferenza dell’altro e compassione intesa come capacità di riconoscere quel dolore e agire per alleviarlo senza farsene completamente travolgere.

Da qui nascono suggerimenti molto concreti: costruire un rituale che segni la fine del turno, parlare con i colleghi dopo eventi difficili, proteggere il sonno, non giudicarsi per una giornata in cui si è avuta meno pazienza e, soprattutto, chiedere aiuto professionale quando il peso diventa troppo grande.

È significativo che un libro così centrato sull’empatia ribadisca anche il diritto dell’infermiere a porre dei confini. Prendersi cura non significa trasformare ogni sofferenza incontrata in corsia in una sofferenza da portare nella propria casa.

Quando il libro cambia prospettiva: parlare anche ai pazienti

La scelta narrativa forse più originale arriva verso la fine.

Nel capitolo “Dall’altra parte” l’autrice si rivolge direttamente ai pazienti e ai familiari.

Spiega perché un campanello può non ricevere immediatamente risposta, perché in ospedale le priorità cliniche prevalgono sull’ordine di arrivo, perché un infermiere non può rispondere a tutte le domande diagnostiche e, nello stesso tempo, ricorda quanto possa fare per informare, orientare, controllare il dolore e facilitare la comunicazione.

È un tentativo intelligente di ricucire due percezioni che spesso nei reparti entrano in conflitto: quella del paziente che aspetta e pensa di essere dimenticato e quella del professionista che, nello stesso momento, sta affrontando un’urgenza nella stanza accanto.

Il messaggio è semplice: dietro il letto c’è una persona, ma anche dietro la divisa ce n’è una.

La spiritualità è parte integrante del racconto

Un elemento va evidenziato con chiarezza nella recensione: la fede cristiana attraversa tutto il libro.

Citazioni bibliche, preghiera, Provvidenza, angeli custodi e interpretazione di alcune coincidenze come “segni” fanno parte del modo in cui Esposito legge la propria esperienza personale e professionale.

Non è una presenza marginale.

Per alcuni lettori rappresenterà una delle componenti più coinvolgenti dell’opera; altri potranno sentirla più distante dalla propria visione. L’autrice, tuttavia, cerca in più punti di lasciare aperto lo spazio anche a chi non condivide la sua fede, presentandola prevalentemente come il proprio strumento personale per attribuire senso all’esperienza della cura.

Editorialmente, è quindi più corretto considerare Prima che suoni quel campanello anche come una testimonianza spirituale sulla professione, oltre che professionale.

Un libro che chiede al lettore di scrivere

C’è infine una caratteristica che distingue il volume da una semplice raccolta di ricordi.

Numerosi capitoli terminano con domande rivolte direttamente al lettore. Nelle ultime pagine questa struttura diventa esplicita: il libro si trasforma in un quaderno nel quale l’infermiere è invitato a fermarsi, scrivere e, dopo un anno, rileggere le proprie risposte.

Tre domande riassumono bene l’intero percorso: chi c’è davvero dietro la porta della stanza, a chi appartiene il dolore che si sta affrontando e quale ricordo il paziente conserverà dell’incontro con il professionista.

È una soluzione efficace perché evita che il testo rimanga soltanto emozione. Cerca di tradurre la lettura in autovalutazione professionale.

La recensione di NurseTimes: perché vale la pena leggerlo

Prima che suoni quel campanello funziona soprattutto quando non cerca di spiegare la professione infermieristica, ma la mostra.

La mostra nella neolaureata che non sa ancora come reagire alla morte. Nella collega che insegna senza umiliare. Nell’OSS che offre un ombrello nel momento giusto. Nel professionista stanco che sente suonare un campanello e per qualche secondo vorrebbe non sentirlo. Nel familiare che aspetta in corridoio una parola che non arriva.

La scrittura è semplice, diretta, emotiva e volutamente lontana dal linguaggio accademico. In alcuni passaggi tende all’aforisma e alla generalizzazione, e alcune affermazioni sulla sanità, sulla neurobiologia o sulla professione richiederebbero, in un’opera scientifica, un apparato documentale più robusto. Ma sarebbe anche sbagliato giudicare il volume con il metro di un manuale universitario: non è quello che vuole essere.

Il suo valore è un altro.

È mettere in parole una zona della professione di cui si parla ancora troppo poco: il lavoro necessario per continuare a essere presenti emotivamente senza consumarsi.

L’autrice dichiara fin dall’inizio di aver scritto per chi sente di essere diventato più freddo di quanto avrebbe voluto, per chi teme di perdersi nella professione e anche per chi si trova dall’altra parte del letto e vuole capire cosa accade dietro una divisa. 

Ed è probabilmente proprio qui che Prima che suoni quel campanello trova la sua identità più convincente: non idealizza l’infermiere e non ne nasconde la stanchezza, ma continua a chiedergli perché abbia scelto di esserci.

Il campanello, alla fine, non rappresenta più soltanto una chiamata assistenziale. Diventa il confine di pochi secondi tra automatismo e relazione, tra eseguire una prestazione e incontrare una persona.

Ed è su quel confine, ogni giorno, che si misura una parte essenziale della professione infermieristica.

Valutazione editoriale NurseTimes: un libro particolarmente consigliato a infermieri, studenti di Infermieristica e professionisti sanitari, ma capace di offrire una prospettiva utile anche a pazienti e familiari.

Prima che suoni quel campanello di Arianna Esposito è disponibile per l’acquisto su Amazon.

Giuseppe Papagni

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