In Italia ci sono 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 8,9: un Paese che cura con meno mani di quante ne servirebbero. Non è solo un numero: è la misura di una fatica che si ripete a ogni turno. Mancano infermieri, e chi resta lo sente sulla propria pelle: turni raddoppiati per coprire i colleghi assenti, ferie rimandate, malattie da sostituire. Una stanchezza che si accumula, turno dopo turno, negli ospedali come nelle strutture sociosanitarie (Rsa, centri di riabilitazione, strutture ex articolo 26), che vivono la stessa carenza di infermieri.
Negli ospedali la situazione è, se possibile, ancora più sentita. L’ultima metodologia nazionale vincolante per calcolare l’organico infermieristico resta il Dm 13 settembre 1988, poi superata dal D.lgs 502/1992, che ha spostato su Regioni e Aziende la competenza sulle dotazioni organiche. Il Dm 70/2015, tuttora in vigore, disciplina la rete ospedaliera ma non il personale.
Agenas ha sviluppato una propria metodologia di calcolo del fabbisogno, approvata nel 2017 e aggiornata nel 2021-2022, ma resta sperimentale e pensata soprattutto per consentire alle Regioni di superare il tetto di spesa sul personale, non per fissare un rapporto infermiere-paziente obbligatorio su tutto il territorio. L’organico resta, di fatto, affidato a delibere regionali e regolamenti aziendali: un problema che dura da molti anni.
Nel sociosanitario le cose non vanno meglio: il personale è definito dalle schede sinottiche regionali, che calcolano il minutaggio assistenziale. Ma in molte Regioni quelle schede sono ferme da molti anni, fotografie di un’utenza che oggi è mutata rispetto a un decennio fa.
Il nostro Paese è cambiato: la speranza di vita ha raggiunto 81,4 anni per gli uomini e 85,5 per le donne (ISTAT), il valore più alto mai registrato, e con essa sono cresciute le patologie croniche. Sono aumentate le demenze, i pazienti con Parkinson, gli esiti di ictus, i pazienti con pluripatologie e malattie neurovegetative: una complessità di cura e assistenza che nessuna scheda sinottica pensata oltre un decennio fa aveva previsto.
Facciamo un esempio. Tra le diverse tipologie di strutture ex articolo 26, le Residenze di Riabilitazione Estensiva prevedono infermiere sulle 24 ore e un’assistenza globale di almeno 130 minuti al giorno, che sale oltre 180 nei casi ad alto impegno assistenziale, con tariffa più alta. Logica corretta, ma non basta più.
Dietro la voce “assistenza globale” ci sono le attività di vita quotidiana che un paziente non autosufficiente non può svolgere da solo: l’igiene personale, la vestizione, la mobilizzazione, l’alimentazione assistita, l’accompagnamento ai servizi igienici, la cura del cavo orale. Gesti che si ripetono, per ogni ospite, sulle 24 ore.
E c’è il lavoro, altrettanto necessario, che sta dietro le quinte: il rifacimento dei letti, l’accompagnamento a esami radiologici, a consulenze specialistiche, alle sedute in palestra. Venti pazienti possono essere tutti classificati “alto impegno”: c’è chi ha solo esiti di ictus, e chi vi somma diabete, ipertensione, insufficienza respiratoria. Stessa scheda, stesso minutaggio, stessa tariffa, carico reale molto diverso.
C’è un secondo problema: a ogni scheda è legato anche un valore economico, la retta che remunera tutto il personale (medici, infermieri, oss, fisioterapisti, logopedisti, educatori, assistenti sociali). Se una struttura aumenta l’organico oltre quanto previsto per gestire pazienti più gravi, quel costo resta a suo carico. Non bastano dunque nuove schede: servono anche rette aggiornate, ferme dal 2012.
Serve un cambio di paradigma: superare le dotazioni organiche vincolate ai soli limiti di bilancio, per adottare meccanismi di calcolo legati ai carichi di lavoro reali. Organici che possano crescere insieme alla complessità clinica dei pazienti, non restare fissi mentre i bisogni cambiano. Vale per i pronto soccorso e i reparti degli ospedali pubblici, per le strutture accreditate e convenzionate (ospedali e cliniche) e per le strutture socio-sanitarie ex articolo 26: RSA, centri di riabilitazione e tutte le altre tipologie.
Significa garantire, nel rapporto infermiere-paziente, la serenità e la sicurezza di chi è in turno. Significa turni e modelli organizzativi flessibili e misurabili, capaci di tenere insieme complessità assistenziale, cronicità e sicurezza delle cure.
È un atto dovuto verso infermieri, logopedisti, fisioterapisti, educatori, terapisti occupazionali, assistenti sociali, oss, verso gli operatori delle strutture Aris Rsa e Aiop Rsa, il cui contratto è fermo al 2012. Ma è dovuto anche a chi viene curato: l’anziano con ictus, chi convive con demenza e frattura di femore, chi ha il Parkinson e porta il sondino naso-gastrico oltre a diabete e ipertensione, chi è colpito dalla Sla.
Misurare il presente con gli strumenti del passato, e remunerare chi cura con retribuzioni ferme al 2012, non è prudenza: non è sostenibile, e le prime crepe si vedono già nei flussi continui di dimissioni del personale infermieristico, dei fisioterapisti e degli altri operatori. È la politica, tutta, a dover scegliere: aiutare chi ogni giorno ha più bisogno di cura, e chi ogni giorno se ne prende cura con rinnovata professionalità e umanità. È, in fondo, una questione di tempo: quello che oggi manca a chi cura è lo stesso che domani mancherà a chi avrà bisogno di essere curato.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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