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Quando si parla di fuga degli infermieri, l’immagine è sempre la stessa.
Aeroporti. Valigie. Contratti in inglese.
Germania, Svizzera, Nord Europa.
È una narrazione comoda, perché dà l’idea che il problema sia lontano.
Geografico. Risolvibile, forse, con qualche incentivo.
Ma la verità è un’altra, più silenziosa.
Più difficile da ammettere.
La vera fuga non è all’estero: è fuori dalla professione.
Quelli che restano… ma non fanno più gli infermieri
Sono ovunque.
Li incontri nei corridoi, negli uffici, nei corsi di formazione, nelle aziende sanitarie.
Hanno la laurea, l’iscrizione all’albo professionale ed hanno anni di reparto sulle spalle. Ma non fanno più gli infermieri.
Non perché odiano la professione.
Ma perché non sono riusciti a restarci dentro senza perdersi.
La nostalgia che non passa
Fanno altro.
Gestione.
Formazione.
Amministrazione.
Consulenza.
Ruoli laterali, obliqui, alternativi.
Quasi tutti dicono la stessa frase: “Mi manca il reparto.”
E lo dicono davvero.
Mancano i pazienti.
Il gesto tecnico fatto bene.
Il lavoro di squadra.
Il sentirsi utili in modo immediato.
Ma subito dopo arriva l’altra parte della frase, quella che pesa di più: “Ma non tornerei indietro.”
Ed è lì che la nostalgia diventa consapevolezza tardiva. Perché amare un lavoro non significa poterci restare a qualsiasi costo.
Non è una fuga vigliacca
Uscire dalla professione viene spesso raccontato come una resa.
Un tradimento. Una mancanza di vocazione.
In realtà, per molti, è stata una scelta di sopravvivenza.
Non sono scappati dal lavoro, sono scappati da:
- turni insostenibili;
- carichi cronici;
- assenza di prospettive;
- logoramento emotivo continuo.
Hanno cambiato strada per restare interi.
La rabbia che arriva dopo
All’inizio c’è sollievo.
Poi arriva la rabbia.
Per quello che poteva essere.
Per quello che non è stato.
Per una professione che perde competenze senza nemmeno accorgersene.
Perché ogni infermiere che smette di fare l’infermiere non è solo una scelta individuale.
È una perdita sistemica.
Esperienza che se ne va.
Mentorship che non arriva.
Storia professionale che si interrompe.
Il dato che non compare nei report
Questa fuga non fa notizia.
Non appare nelle statistiche ufficiali e non entra nei piani di reclutamento.
Perché formalmente queste persone “ci sono ancora”.
Ma la professione, quella vera, li ha già persi.
Ed è forse questo il segnale più grave: un sistema che non riesce più a trattenere chi lo conosce meglio.
In conclusione continuare a parlare solo di fuga all’estero è rassicurante.
Perché evita la domanda più dolorosa.
Non perché gli infermieri se ne vanno.
Ma perché, quando possono scegliere, molti scelgono di non fare più gli infermieri.
E allora la domanda finale non è polemica. È necessaria: se la professione perde i suoi infermieri migliori non verso altri Paesi, ma verso altre vite… siamo sicuri che il problema sia dove vanno, e non perché non riescono più a restare?
Guido Gabriele Antonio
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