Gentile Direttore,
a margine dell’articolo del dottor Francesco Venneri sul tragico caso di Bologna, vorrei proporre una riflessione che non intende entrare nel merito delle responsabilità di quello specifico episodio, la cui valutazione richiede una ricostruzione completa e documentata dei fatti.
La domanda, però, resta: siamo preparati non solo a gestire un’emergenza, ma anche a riconoscere quando la scena sta cambiando?
Alla fine degli anni ’90 ho iniziato a lavorare sui primi mezzi di soccorso infermieristici e per circa dieci anni ho operato sul territorio. Ho conosciuto una realtà nella quale imprevedibilità, decisioni rapide e collaborazione tra sanitari, forze dell’ordine e vigili del fuoco fanno parte della quotidianità.
L’esperienza sul campo insegna che la scena non è una fotografia: cambia continuamente.
Una persona agitata, spaventata o disorientata non reagisce soltanto alle parole. Reagisce anche alla distanza degli operatori, al tono della voce, ai movimenti, al numero delle persone presenti, alla percezione di essere circondata.
Non è una questione di colpe. È una questione di dinamiche.
L’operatore è parte della scena e può contribuire, anche involontariamente, a modificarne l’evoluzione.
Per questo la de-escalation non dovrebbe essere soltanto una tecnica da utilizzare quando il conflitto è già esploso, ma una competenza di lettura precoce del rischio: capire quando parlare, quando ridurre gli stimoli, quando lasciare spazio e quando, invece, aumentare il livello di sicurezza.
La sicurezza viene prima dell’intervento sanitario. Ma non è una condizione immutabile.
Una situazione inizialmente comportamentale può trasformarsi rapidamente in un’emergenza clinica. Se durante un contenimento qualcuno dice «Non respira», la priorità cambia. La scena deve essere rivalutata e tutti i professionisti devono essere in grado di riconoscere il cambiamento, comunicarlo e modificare rapidamente le proprie priorità.
È qui che la collaborazione interprofessionale diventa decisiva.
Controllare la scena non significa necessariamente controllare la persona.Significa creare le condizioni perché il soccorso possa avvenire in sicurezza, tutelando la persona assistita, gli operatori e gli altri presenti.
Anche la relazione può essere parte della sicurezza.
Per questo la formazione dovrebbe andare oltre la corretta applicazione della procedura e porre domande diverse:
- Abbiamo letto la scena?
- Abbiamo riconosciuto l’escalation?
- Abbiamo comunicato il cambiamento in tempo?
- Abbiamo mantenuto aperta la relazione quando era ancora possibile?
Non si tratta di sostituire protocolli e competenze tecniche con l’improvvisazione, ma di integrare la tecnica con la capacità di osservare, comunicare, rivalutare e adattare l’intervento.
Perché nell’emergenza il rischio può cambiare in pochi secondi.
Non basta sapere come intervenire quando il rischio è esploso. Bisogna imparare a riconoscere quando il rischio sta crescendo.
È in quella breve distanza tra una relazione che regge e una relazione che si interrompe che, talvolta, si gioca una parte importante della sicurezza nell’emergenza.
Dott. Abukar Aweis Mohamed
Infermiere Forense e Criminologo Clinico, Già Docente a contratto presso l’Università degli Studi di Firenze
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n riferimento a quanto riportato nella pagina web, vorrei esprimere la mia opinione. Si parla ogni giorno di dare a Infermieri e OSS un’adeguata istruzione di sicurezza contro la violenza dei pazienti aggressivi. A cosa servono fiumi di parole da parte di luminari se poi non viene data la possibilità di agire a chi vuole offrire un aiuto teorico, pratico e tecnico, a titolo esclusivamente gratuito?Propongo un progetto teorico e pratico di TECNICA PASSIVA nel pieno rispetto della legge sulla “Legittima Difesa” (artt. 52, 54 c.p.), del D.Lgs. 81/2008 e della Raccomandazione Ministeriale n. 8. Il corso si focalizza su tre pilastri:Prevenzione Verbale e Gestione degli Spazi (De-escalation);Difesa Passiva Assoluta a Danno ZERO;Adattabilità Fisica Totale (applicabile da operatori di qualsiasi età e costituzione, senza richiedere doti atletiche).Sono un esperto di sicurezza con un’esperienza cinquantennale come Maestro di Ju Jitsu, 5 anni in ambito antiterrorismo e 7 anni in prima linea in operazioni anticrimine. Sono un Tecnico con qualifica ufficiale inserita nel Sistema Nazionale delle Qualifiche (S.Na.Q.) del CONI, con approfondimenti accademici in Filosofia, Psicologia e Sociologia. Il mio metodo si basa al 90% sulla prevenzione e al 10% sulla tecnica passiva.Ho già portato questa esperienza volontaria e gratuita nelle scuole elementari e medie della Provincia di Taranto e di Bolzano, all’Ospedale di Merano (BZ), in associazioni e tra le Forze dell’Ordine. Perché questo contributo deve morire? Perché non si vuole dare una via di speranza concreta agli operatori? È tutto a costo zero, fatto con il cuore per chi affronta un lavoro pericoloso.Sono disposto a recarmi in tutta Italia a mie spese (chiedendo solo il costo del viaggio) e a formare gratuitamente personale idoneo per portare avanti questo aiuto.Vi lascio questo mio messaggio: la sicurezza più grande nasce dalla vostra consapevolezza. Essere “difesi” non significa solo saper reagire a un’aggressione, ma sentirsi padroni del proprio spazio e della propria dignità. Anche se il corpo può sembrare più fragile, la vostra mente è il vostro alleato più potente. Non è la forza fisica a vincere, ma la determinazione e la capacità di non farsi sorprendere.Ricordate sempre: la vostra sicurezza è un diritto e la vostra serenità è la mia missione. Io ci sono sempre, esclusivamente a titolo gratuito e come volontario.F.to Adriano Di Cosimo (residente in Alto Adige – BZ)