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Epilessia, come influisce il cambiamento climatico

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Studio dell’Irccs Fondazione Stella Maris pubblicato sull’autorevole European Journal of Neurology.

Come influisce il cambiamento climatico su patologie come l’epilessia? È la questione indagata da un gruppo di ricercatori guidati da Emanuele Bartolini (foto), responsabile del Laboratorio di Epilessia e neurofisiologia clinica presso l’Irccs Fondazione Stella Maris, conducendo uno studio che è appena stato pubblicato sull’autorevole European Journal of Neurology.

In particolare, lo studio era volto ad analizzare quale sia il punto di vista dei professionisti italiani che si occupano di epilessia in merito al legame tra cambiamento climatico e malattia. Lo registrano? Quanto sono allarmati? Quali azioni reputano necessarie?

I risultati

Lo studio ha raccolto le risposte da un campione di 167 professionisti del settore (per la maggior parte neurologi e neuropsichiatri infantili epilettologi). La totalità di loro ha valutato l’impatto del riscaldamento globale come moderato-grave, e l’84,3% ha espresso una preoccupazione moderata-grave per i propri pazienti.

La quasi totalità ritiene che la formazione professionale su clima e salute sia adeguata, e praticamente tutti “fanno la loro parte” adottando comportamenti personali sostenibili (es. il 93.3% dichiara di riciclare). Le criticità, invece, vengono riscontrate nelle pratiche istituzionali e di ricerca limitate, per cui gli studiosi sono convinti che occorrano politiche e infrastrutture mirate.

“Questo studio conferma la percezione che ci sia un legame tra cambiamento climatico ed epilessia attraverso il vissuto degli specialisti nella loro pratica clinica quotidiana”, argomenta il dottor Bartolini, che è da tempo attivo in questo settore di ricerca ed è anche responsabile del Gruppo di studio della Lega Italiana contro l’Epilessia – LICE Climate Change.

E aggiunge: “I legami tra cambiamento climatico ed epilessia sono probabilmente multifattoriali, complessi e spesso indiretti, il che rende difficili le previsioni. Ulteriori dati mirati come quelli che emergeranno da studi attualmente in corso o appena conclusi, ci aiuteranno a identificare i meccanismi sottostanti a livello sistemico, cellulare e molecolare e ci consentiranno di sviluppare prove a supporto di metodi di mitigazione, per fare di più per proteggere le persone con epilessia dagli effetti del cambiamento climatico”.

I fattori che influenzano la malattia

Diversi fattori climatici potrebbero influenzare l’epilessia, sia direttamente che indirettamente. Ad esempio, temperature elevate e ondate di calore possono aumentare la temperatura corporea, favorendo l’eccitabilità neuronale e abbassando la soglia delle crisi epilettiche. Allo stesso modo anche il freddo intenso o i cali di temperatura possono aumentare il rischio di crisi, come pure le condizioni di bassa pressione e alta umidità (tipiche dei temporali forti).

Ci sono poi gli effetti indiretti: caldo e umidità possono aprire la strada alla disidratazione e alla sudorazione eccessiva, che a loro volta possono causare squilibri come iponatriemia (abbassamento dei livelli di sodio nel sangue) o ipoglicemia, che nei soggetti predisposti possono scatenare crisi. Ci sono poi gli effetti peggiorativi delle alte temperature sulla qualità del sonno, lo stress e la fatica: tutti possibili fattori precipitanti le crisi.

Cambiamenti climatici e meteorologici possono inoltre alterare il microbiota intestinale, favorendo neuroinfiammazione e peggioramento dell’epilessia. Inoltre eventi climatici estremi possono favorire infezioni (es. febbre) che sono noti fattori pro-convulsivi, soprattutto in età pediatrica. Infine la possibilità che gli eventi climatici estremi peggiorino la conservazione dei farmaci (ad esempio in caso di blackout) e incidano sulla facilità di accesso alle cure.

Tutti questi fattori possono agire sia direttamente (modificando la soglia di crisi) sia indirettamente (favorendo condizioni predisponenti o ostacolando la gestione terapeutica). Tutto questo rappresenta un motivo in più, straordinariamente importante, per occuparci dell’ambiente in cui viviamo ogni giorno.

Redazione Nurse Times

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