Stipendi, affitti e aggressioni spingono professionisti dell’emergenza fuori dalle grandi città: il caso di Pavels Krilovs e le ripercussioni sul sistema sanitario.
Un infermiere del Pronto soccorso del Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha scelto di dimettersi e trasferirsi per lavorare nel privato a Reggio Calabria, denunciando condizioni economiche e lavorative che stanno alimentando un fenomeno di fuga dal pubblico. Le parole di Pavels Krilovs sintetizzano problemi oggi al centro della sanità italiana: retribuzioni non adeguate, costi di vita insostenibili e aggressioni in aumento nei Pronto soccorso.
La testimonianza: perché ha scelto di andarsene
Pavels, 35 anni, ha lavorato cinque anni al Pronto soccorso del Sant’Orsola. Racconta di percepire «quasi 2.000 euro» al mese, ma di spendere quasi 1.000 euro solo per l’abitazione se volesse vivere da solo: per questo motivo, e per il peso delle responsabilità del lavoro di emergenza, ha deciso di tornare a Reggio Calabria dove possiede già un appartamento.
Nella sua ricostruzione emergono altri elementi: turni massacranti (anche 12 ore in piedi), responsabilità su triage e farmaci salvavita, e l’assenza di un riconoscimento economico specifico per il lavoro in emergenza. Questi fattori, uniti al costo degli affitti nelle grandi città, sono segnali che spingono molti professionisti verso il settore privato o verso regioni con costi di vita più bassi.
Un fenomeno più ampio: fughe e numeri sul territorio
Il caso di Krilovs non è isolato: il giornale locale segnala che, negli ultimi tre mesi, sei colleghi dello stesso reparto hanno scelto di andarsene. Questo tipo di uscite singole tende a sommare un problema di disponibilità di personale qualificato nei Pronto soccorso, con possibili ricadute sulla capacità di risposta delle strutture pubbliche.
I dati sulle aggressioni al personale sanitario indicano un quadro preoccupante: rilevazioni e indagini nazionali denunciano migliaia di episodi all’anno, con incrementi significativi negli ultimi periodi. Secondo rilevamenti di stampa e indagini di sindacati e associazioni, gli episodi ufficiali riconosciuti sono nell’ordine di decine di migliaia (con segnalazioni che parlano di oltre 22.000 casi censiti per strutture sanitarie e cifre ben più elevate se si considera il sommerso). Questi numeri confermano che l’aggressività verso il personale sanitario è un fattore strutturale che influenza la scelta professionale degli operatori.
Impatto sulla sanità pubblica e possibili conseguenze
La perdita di infermieri esperti nei Pronto soccorso può tradursi in:
- Maggior carico di lavoro per chi resta;
- Aumento dei tempi di attesa e possibile riduzione della qualità delle cure;
- Maggiore ricorso al lavoro interinale o a contratti a termine per colmare i vuoti;
- Pressione sui costi della sanità territoriale.
Queste criticità sono al centro del dibattito fra sindacati, ordini professionali e direzioni aziendali. La situazione mette in evidenza la necessità di politiche che bilancino retribuzioni, welfare abitativo e misure di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Contesto normativo e richieste delle associazioni
Organizzazioni professionali come la Federazione degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI) e sindacati denunciano da tempo l’aumento delle aggressioni e chiedono più tutele, protocolli di sicurezza e riconoscimenti economici per le funzioni di emergenza. Anche INAIL e rapporti regionali segnalano l’aumento degli infortuni da aggressione sul lavoro nel settore sanitario. Le proposte in campo spaziano da maggiori sanzioni per i responsabili di violenze fino a incentivi economici per chi lavora in contesti ad alto rischio.
Redazione NurseTimes
Fonte: Corriere di Bologna
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