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Da infermiera in Italia a ostetrica in Irlanda: la svolta di Chiara

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Chiara Cannatella

Si chiama Chiara Cannatella, ha 36 anni ed è un’infermiera di Prato che da dieci anni vive in Irlanda, dove ha appena cominciato il suo nuovo lavoro da ostetrica nel reparto maternità di un grande ospedale di Dublino. Il quotidiano La Nazione l’ha contattata nell’ambito di un’inchiesta sui toscani che scelgono di trasferirsi all’estero, in cerca di nuove opportunità.

“Non sono andata via perché l’Italia non funzionava, ma per vedere cosa c’era fuori. E magari riportarlo qui”, racconta Chiara, che si è laurea in Infermieristica nel 2015, dopo un percorso in lingue. Nel 2016 i primi colloqui, a Brighton e Dublino. L’ostacolo è l’inglese certificato richiesto dal Regno Unito: “Un esame durissimo, ogni volta a pagamento. Così ho scelto l’Irlanda”.

Nel 2017 è entrata in neurologia, Stroke Unit. Formazione rigorosa, reparto delicato: “Il linguaggio clinico è velocissimo, l’accento irlandese devastante. Con pazienti con disturbi del linguaggio all’inizio non capivo nulla”. Ma Chiara non ha mollato e, dopo una parentesi in Italia per motivi familiari, è tornata a Dublino, per approdare al pronto soccorso. Ci è rimasta fino al 2024, diventando manager. È qui che ha maturato la consapevolezza della differenza con l’Italia.

“L’infermiere non è il braccio del medico – spiega -. È un professionista che prende in carico il paziente, ragiona, propone. Dopo 13 ore di turno, il medico sa che tu quel paziente lo conosci”. In reparto il confronto è quotidiano: “Dicevo: ‘A me questa cosa non torna’. E il primario ascoltava e premiava le decisioni giuste. E’ così che ti senti parte di una squadra vera”.

Durante il Covid questa cultura si è rafforzata: “Collaborazione, zero gerarchie rigide, nessuna discriminazione di ruolo”. Conta il merito, ma conta anche l’empatia. Il pronto soccorso non è un paradiso neanche in Irlanda: aggressioni, pazienti ubriachi, violenza verbale. “La gente vede il sorriso e pensa che tu sia stato a girarti i pollici, ma magari sono dieci ore che non fai pipì e hai appena assistito alla morte di un quindicenne”, continua Chiara.

E pesa anche l’emergenza della salute mentale, soprattutto tra i giovani: “A un certo punto mi sentivo scarica, pronta a esplodere”. Da qui la scelta che Chiara definisce “folle”. A 34 anni, manager e in piena comfort zone, ricomincia da zero: “In Irlanda puoi diventare ostetrica in 18 mesi. Tutto pagato dallo Stato. Studi, fai tirocinio e continui a prendere lo stipendio”. Un percorso intensissimo.

Sull’Italia parole misurate, ma nette. “Ho provato i concorsi. Test a crocette, poca valorizzazione. Non importa quanto sei empatica o brava. All’estero fai un colloquio, vieni valutata sul campo. Dopo sei mesi, se non funzioni, se ne parla”.

Anche sugli stipendi Chiara è realista: “Si guadagna di più, ma la vita costa di più. Quello che fa la differenza è la valorizzazione e la flessibilita: ferie lunghe, turni concentrati, tempo per viaggiare”. Ora, da ostetrica, basta notti: “Mi hanno detto: nessun problema. Abbiamo visto il tuo valore”.

Il contratto la lega ancora per un periodo, poi potrà scegliere. E l’idea è quella di tornare in Italia, ma fuori dall’ospedale: “Aprire partita Iva, lavorare sulla salute della donna, sulla riabilitazione del pavimento pelvico. Un progetto mio”.

Redazione Nurse Times

Fonte: La Nazione

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