Riceviamo e pubblichiamo una nota della Federazione Migep.
Inizia un nuovo anno e una domanda nasce spontanea: essere operatore socio-sanitario nel 2026 conviene ancora? È una domanda legittima, che affonda le sue radici in un 2025 segnato da emarginazione politica, economica e normativa. Un periodo in cui benefici e tutele sono stati indirizzati verso altre professioni sanitarie, mentre agli oss sono rimaste responsabilità crescenti e carichi di lavoro sempre più pesanti.
Dopo l’emergenza Covid, le promesse di riconoscimento e valorizzazione sono state numerose. Nel 2025 conferenze stampa parlamentari e annunci di riorganizzazione territoriale hanno alimentato l’illusione di una svolta che, nei fatti, non si è mai realizzata. Le riforme sono rimaste nella penna, ma il lavoro degli oss è cambiato profondamente.
Oggi l’oss è chiamato a operare in contesti complessi, spesso al limite delle proprie competenze formali, con mansioni che sconfinano nell’ambito infermieristico senza un corrispondente riconoscimento giuridico, contrattuale ed economico. Il dibattito pubblico, però, è stato dominato da promesse e ascolti di facciata, lasciando irrisolta una questione centrale: perché l’oss, a tutti gli effetti, non è considerato un professionista?
Nella percezione diffusa, il lavoro dell’oss viene ancora raccontato dagli stessi come una missione, una vocazione, un lavaculi. Parole che, più che valorizzare, rivelano uno sfasamento profondo tra l’agenda politica e la realtà organizzativa delle corsie e dei servizi territoriali. Essere oss è un lavoro, ma restano incompleti passaggi fondamentali: la stabilizzazione del ruolo, percorsi di formazione strutturati, finanziamenti adeguati. Tutto questo è rimasto, per gli oss, più un concetto astratto che un reale progetto evolutivo.
Eppure molti oss continuano a ricorrere a parole rassicuranti per giustificare ciò che non funziona. Missione e vocazione diventano formule comode per mascherare la mancanza di diritti e tutele. Servono a dare un senso a turni massacranti e sacrifici continui, trasformando la passione in una colla universale capace di tenere insieme silenzi e rinunce. Ma questa narrazione non rende l’oss visibile: lo immobilizza, lo ancora a un ruolo indefinito nel rapporto con l’infermiere, come una vedetta sempre presente ma mai davvero riconosciuta.
Il 2025 ha visto numerosi dibattiti sull’oss, ma la partecipazione reale degli operatori in prima linea, quelli che quotidianamente gestiscono carichi di lavoro e complessità assistenziali, anche nei contesti territoriali, è stata spesso limitata. Questo ha prodotto piani e linee guida scollegati dalla realtà politica, normativa e strutturale della professione. Se di “miracolo” si può parlare, esso è stato il frutto della resilienza collettiva maturata all’interno del MIGEP-SHC e degli Stati Generali Oss, non di un percorso individuale e, soprattutto, non di un reale investimento professionale.
Nel 2026 parlare dell’assistente infermiere e metterne in discussione la convenienza appare quasi offensivo. Il termine stesso sembra disturbante, come se interrogarsi sul futuro professionale fosse una mancanza di rispetto. Eppure gli oss quella domanda la cercano ogni giorno: online, nei gruppi, nei messaggi privati, alla ricerca di conferme. Spesso questa ricerca viene accolta con fastidio, come se il dubbio fosse una colpa.
Emergono così tre verità che convivono senza incontrarsi: c’è chi dice “lo rifarei”, chi afferma “se potessi tornare indietro non lo farei” e chi oggi non sceglierebbe più questa strada. Tre posizioni legittime, separate però da un silenzio culturale che impedisce un confronto onesto. Si continua a raccontare la professione come categorie degli anni ’90, mentre il lavoro reale è cambiato radicalmente.
Chi entra oggi difende una scelta identitaria sempre più difficile da tutelare, senza orientamento e senza strumenti. È un difattismo culturale: si parla di cambiamento, ma nessuno ha il coraggio di spiegare che quel cambiamento, in realtà, non c’è mai stato.
Il 2026 non deve essere l’anno degli annunci. Deve essere l’anno di misure concrete e verificabili: piani di valorizzazione, obiettivi chiari, riforme strutturali, coinvolgimento reale dei lavoratori con rappresentanza diretta nei processi decisionali e nei tavoli tecnici. Servono investimenti sulla professione e una seria politica salariale che adegui gli stipendi degli oss. Solo così gli annunci potranno avere un impatto reale.
Il 2025 ha dimostrato che gli oss hanno retto un sistema assistenziale in crisi grazie alla loro capacità di adattamento. Ma oggi la resilienza non è più accettabile e non può sostituire le riforme strutturali. L’OSS ha davanti a sé una sfida decisiva: dimostrare che l’unione può portare la professione davanti ai palazzi della politica. Se saprà mettere in campo formazione, politica salariale e partecipazione, allora si potrà parlare di una svolta vera. Altrimenti la rivoluzione resterà ancora una volta nella penna, sospesa tra missione, vocazione e mansioni svalutate.
Essere oss nel 2026 può ancora valere la pena, ma non può più essere dato per scontato. Senza riforme vere, senza riconoscimento e senza coraggio politico, la domanda iniziale resta aperta. Ignorarla non è più una scelta neutra, ma una responsabilità collettiva.
Redazione Nurse Times
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