Agenas richiama la necessità di costruire nuovi modelli organizzativi con la medicina generale. È il passaggio decisivo, ma anche la conferma che l’avanzamento dei cantieri non coincide con l’attuazione della riforma
Le Case della Comunità sono state progettate, finanziate, costruite, riconvertite, fotografate e inserite nelle tabelle di avanzamento. Adesso arriva la fase più impegnativa: farle funzionare.
Il direttore generale di Agenas, intervenendo al congresso della Fimmg, ha spiegato che la sfida consiste ormai nel rendere operative le strutture e nel costruire insieme ai medici di medicina generale nuovi modelli organizzativi. Un’affermazione ragionevole, persino necessaria. Ma che contiene anche una domanda meno rassicurante: come siamo arrivati alla fase finale degli investimenti senza avere ancora definito completamente il modo in cui professionisti e servizi dovranno lavorare insieme?
Il DM 77 è del maggio 2022. Non descrive la Casa della Comunità come un semplice edificio sanitario di prossimità, ma come un modello organizzativo fondato sull’integrazione multidisciplinare, sull’accesso unitario e sulla presa in carico. La collaborazione tra medici di medicina generale, infermieri di famiglia e di comunità, specialisti, assistenti sociali e altri professionisti non costituisce quindi un miglioramento facoltativo. È la ragione stessa per cui la struttura dovrebbe esistere.
Quattro anni dopo, però, continuiamo a discutere di presenze, orari, responsabilità, coordinamento e rapporti tra professionisti.
I muri hanno seguito un cronoprogramma. Il modello assistenziale, evidentemente, un calendario più flessibile.
Una struttura aperta non è necessariamente una riforma attuata
Il PNRR misura con relativa facilità cantieri, collaudi e dotazioni tecnologiche. È più difficile misurare se un paziente cronico venga realmente preso in carico, se le informazioni circolino tra i professionisti e se qualcuno governi il percorso evitando duplicazioni, ritardi e accessi impropri all’ospedale.
Una Casa della Comunità può essere formalmente attiva perché ospita alcuni ambulatori. Può avere medici presenti in determinate fasce orarie, infermieri, specialisti e servizi sociali. Ma la compresenza non produce automaticamente integrazione.
Mettere più professionisti nello stesso edificio non crea un’équipe, esattamente come collocare più strumenti nella stessa stanza non crea un’orchestra.
Servono obiettivi comuni, responsabilità definite, criteri di accesso, procedure condivise, riunioni programmate, interoperabilità informativa e un coordinamento riconoscibile. Occorre soprattutto stabilire chi prende in carico la persona e chi verifica che il percorso venga effettivamente completato.
Senza questi elementi, la Casa della Comunità rischia di diventare un condominio sanitario: ciascuno possiede il proprio ambulatorio, osserva il proprio orario e utilizza il proprio sistema informativo. Il cittadino entra in un solo edificio, ma continua a dover ricomporre personalmente i diversi pezzi dell’assistenza.
Il ruolo dell’infermiere non può ridursi alla copertura degli spazi
Nel nuovo modello territoriale l’infermiere di famiglia e di comunità dovrebbe contribuire alla valutazione dei bisogni, al monitoraggio delle cronicità, all’educazione terapeutica, all’individuazione precoce delle fragilità e al coordinamento con famiglie e servizi.
Queste attività richiedono autonomia organizzativa, strumenti, popolazioni di riferimento e indicatori di risultato. Non possono essere sostituite dalla semplice assegnazione di un infermiere a una sede.
Il rischio è utilizzare personale infermieristico proveniente da ospedali già in difficoltà per coprire l’apertura delle nuove strutture, senza aumentare realmente la capacità complessiva del sistema. Il territorio guadagnerebbe una presenza e l’ospedale perderebbe un professionista. Nel bilancio delle inaugurazioni comparirebbe una nuova attività; in quello dell’assistenza, soltanto uno spostamento della carenza.
Prima di aprire nuovi servizi occorre quindi programmare organici aggiuntivi, definire competenze e costruire percorsi di sviluppo professionale. Diversamente, l’infermiere di famiglia e di comunità sarà utilizzato come risposta universale alle lacune organizzative: una figura innovativa sulla carta e una risorsa tappabuchi nella pratica.
Costruire insieme non significa rinviare le responsabilità
Il coinvolgimento della medicina generale è indispensabile. Nessuna riforma dell’assistenza territoriale può essere costruita contro o senza i professionisti che rappresentano il primo riferimento per milioni di cittadini.
Il confronto, però, deve produrre decisioni operative.
Occorre definire la presenza nelle Case della Comunità, il rapporto con le Aggregazioni funzionali territoriali, le modalità di accesso, la continuità assistenziale, l’utilizzo delle piattaforme informative e le responsabilità nei percorsi multiprofessionali.
“Costruire insieme” non può diventare la formula istituzionale con cui ciascun soggetto conserva il proprio modello aspettando che sia l’altro a cambiare.
L’integrazione richiede anche una funzione di governo. Le équipe non si autorganizzano semplicemente perché una linea di indirizzo invita a collaborare. Servono direzioni distrettuali autorevoli, middle management formato, coordinamento delle professioni e responsabilità collegate a risultati verificabili.
Misurare ciò che accade dopo l’inaugurazione
La fase successiva dovrebbe essere valutata attraverso indicatori molto concreti:
- cittadini effettivamente presi in carico;
- tempi tra segnalazione del bisogno e primo intervento;
- piani assistenziali condivisi;
- accessi evitabili al pronto soccorso;
- ricoveri ripetuti;
- aderenza terapeutica;
- continuità tra ospedale, territorio e domicilio;
- ore effettive di presenza per professione;
- stabilità delle équipe;
- esperienza riferita da cittadini e caregiver.
Occorre inoltre pubblicare questi dati per Regione e struttura. L’uniformità non può essere dichiarata attraverso uno standard nazionale e poi dissolversi in venti modalità differenti di attuazione.
Le linee di indirizzo Agenas rappresentano un passaggio utile perché richiamano ruoli, strumenti di collaborazione e monitoraggio. Adesso, però, devono essere tradotte in atti aziendali, dotazioni organiche, sistemi informativi e responsabilità gestionali.
La riforma territoriale non fallisce perché incontra difficoltà. Fallisce se le difficoltà vengono trasformate in una condizione permanente mentre si continua a comunicare l’avanzamento delle opere.
Le Case della Comunità non devono ancora dimostrare di essere perfette. Devono almeno cominciare a dimostrare di essere Case della Comunità. Perché consegnare le chiavi è un risultato edilizio. Sapere chi debba aprire la porta, accogliere il cittadino e governarne il percorso è finalmente politica sanitaria.
Guido Gabriele Antonio
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