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Esami del sangue, il digiuno non serve sempre: cosa dice lo studio

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Persona in laboratorio per un prelievo, con indicazioni sulla preparazione agli esami del sangue
Un nuovo studio invita a valutare il digiuno in base agli analiti richiesti e alle indicazioni cliniche
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Un’analisi pubblicata su JAMA Internal Medicine ha esaminato quasi 9,8 milioni di risultati: glicemia e trigliceridi risentono dei pasti più di molti altri parametri.

Il digiuno prima delle analisi del sangue potrebbe non essere necessario per molti esami di routine. È la conclusione di uno studio pubblicato online il 28 settembre 2026 su JAMA Internal Medicine, che ha analizzato quasi 9,8 milioni di risultati relativi a 101.148 pazienti adulti. I dati provengono da un singolo ospedale universitario dell’area di Seul, in Corea del Sud. 

I ricercatori hanno confrontato i risultati ottenuti dopo meno di 8 ore di digiuno, tra 8 e 12 ore e oltre le 12 ore. Le differenze associate al tempo trascorso dall’ultimo pasto hanno superato le soglie di variabilità analitica per 27 analiti nei confronti tra gruppi. Ma nelle analisi che confrontavano le persone con sé stesse, in occasioni diverse, solo 10 differenze sono state confermate. Il dato suggerisce che per la maggior parte degli esami di routine il digiuno prolungato incide poco. 

Glicemia e trigliceridi tra i valori più sensibili

Tra i parametri che hanno mostrato differenze dopo un digiuno inferiore a 8 ore figurano glicemia, trigliceridi, gamma-glutamil transferasi (GGT) e lipasi. In media, rispetto ai prelievi eseguiti dopo oltre 12 ore senza mangiare, i valori risultavano più alti del 10,8% per la glicemia, del 20,1% per i trigliceridi, del 14,8% per la GGT e del 36,4% per la lipasi. Gli autori invitano però alla cautela nell’interpretare alcuni risultati, soprattutto quelli relativi agli enzimi pancreatici, per il numero limitato di confronti disponibili. 

Il digiuno oltre le 12 ore, invece, non ha mostrato un vantaggio analitico rispetto a un digiuno compreso tra 8 e 12 ore: nel confronto tra questi due intervalli, nessun analita ha superato le soglie di variabilità considerate. Lo studio rileva inoltre che alcuni valori, tra cui bilirubina totale e vitamina D, erano più alti dopo digiuni prolungati. 

Non tutti gli esami richiedono le stesse indicazioni

I risultati non significano che si possa mangiare prima di qualunque prelievo. La glicemia a digiuno, per esempio, richiede condizioni specifiche per essere interpretata come tale; anche il test da carico orale di glucosio segue un protocollo preciso. Per il profilo lipidico, invece, il digiuno non è richiesto di routine nella maggior parte dei casi secondo il consenso congiunto della Società Europea dell’Aterosclerosi e della Federazione Europea di Chimica Clinica e Medicina di Laboratorio. Se i trigliceridi risultano molto elevati, il medico può valutare un nuovo prelievo a digiuno. 

La preparazione dipende quindi dagli esami prescritti, dalle condizioni cliniche e dalle istruzioni del laboratorio. È opportuno verificare prima del prelievo le indicazioni ricevute e riferire al personale quando si è mangiato. Chi assume farmaci o ha diabete non dovrebbe modificare autonomamente terapie o orari dei pasti: il digiuno può comportare rischi, compreso quello di ipoglicemia in alcune persone.

I limiti dello studio

La ricerca è ampia per numero di risultati, ma ha un disegno retrospettivo e riguarda i pazienti ambulatoriali di un solo ospedale sudcoreano. Gli autori segnalano che non è possibile stabilire quanto spesso le variazioni osservate spostino un risultato oltre una soglia clinica, né generalizzare automaticamente i dati a tutte le popolazioni e ai diversi laboratori. Anche la composizione dei pasti non era controllata e i tempi di digiuno erano riferiti dai pazienti. 

Il messaggio pratico, dunque, è che il digiuno non dovrebbe essere applicato in modo uniforme a ogni analisi. Servono indicazioni specifiche per il singolo esame e per la situazione clinica. La preparazione va concordata con il medico, l’infermiere o con il laboratorio, senza interrompere farmaci o cambiare abitudini di propria iniziativa.

Redazione Nurse Times

Fonti consultate


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