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Riforma dei medici di famiglia, stop della maggioranza: rischio per le Case della Comunità

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La riforma voluta dal Ministero della Salute e dalle Regioni si arena tra divisioni politiche. In bilico il futuro della medicina territoriale e degli investimenti PNRR

La riforma dei medici di medicina generale si ferma davanti alle divisioni della maggioranza di governo. Il progetto promosso dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, e condiviso dalle Regioni, avrebbe dovuto rappresentare uno dei pilastri della riorganizzazione della sanità territoriale prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Tuttavia, nelle ultime ore, il percorso politico della riforma ha subito una brusca frenata che rischia di rallentare il potenziamento dell’assistenza sanitaria sul territorio.

La notizia, che sta animando il dibattito politico e sanitario nazionale, riguarda uno dei temi più delicati per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale: il ruolo dei medici di famiglia nelle nuove Case della Comunità.

Cosa prevedeva la riforma Schillaci

Secondo la bozza elaborata dal Ministero della Salute insieme alle Regioni, l’obiettivo era superare gradualmente l’attuale modello organizzativo della medicina generale, introducendo un sistema misto.

La proposta prevedeva il mantenimento del rapporto convenzionale come modalità ordinaria di esercizio della professione, affiancato però da forme di dipendenza selettiva per le attività svolte all’interno delle Case della Comunità.

L’intento era quello di garantire una presenza più stabile e continuativa dei medici di famiglia nelle strutture territoriali finanziate dal PNRR, senza eliminare completamente l’autonomia professionale che caratterizza oggi la medicina generale.

Le Case della Comunità rappresentano infatti uno degli investimenti più rilevanti della Missione Salute del PNRR e dovrebbero diventare il punto di riferimento per l’assistenza territoriale, integrando medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti ambulatoriali e altri professionisti sanitari.

La contrarietà del centrodestra

Nonostante il lavoro di mediazione portato avanti nelle ultime settimane, la proposta non avrebbe ottenuto il consenso necessario all’interno della maggioranza.

Il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ha ribadito la posizione contraria di Fratelli d’Italia rispetto all’ipotesi di trasformare i medici di famiglia in dipendenti pubblici.

Anche il vicepremier Antonio Tajani e la senatrice Stefania Craxi hanno espresso forti perplessità, sostenendo che il rapporto fiduciario tra medico e cittadino rappresenti un valore fondamentale da preservare.

Secondo gli esponenti di Forza Italia, il rischio sarebbe quello di trasformare i medici di famiglia in figure burocratiche, limitandone l’autonomia professionale e il rapporto diretto con gli assistiti.

Dubbi sono stati manifestati anche dalla Lega. In una nota del Dipartimento Sanità del partito si sottolinea come il progetto sembri concentrarsi prevalentemente sulla modifica del contratto di lavoro e sull’obbligo di presenza nelle Case della Comunità, senza affrontare in maniera organica le criticità della medicina territoriale.

Il nodo delle Case della Comunità

La frenata politica apre interrogativi importanti sul futuro delle strutture territoriali previste dal PNRR.

Secondo i dati del Ministero della Salute, entro il completamento del piano dovrebbero essere operative oltre 1.300 Case della Comunità distribuite sul territorio nazionale. Queste strutture sono state progettate per garantire assistenza sanitaria di prossimità, ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorso e migliorare la presa in carico dei pazienti cronici.

Senza una presenza strutturata dei medici di medicina generale, tuttavia, molti osservatori temono che tali strutture possano non raggiungere pienamente gli obiettivi per cui sono state finanziate.

Il tema riguarda direttamente anche gli infermieri, chiamati a svolgere un ruolo sempre più centrale nella gestione dei percorsi assistenziali territoriali e nella presa in carico della cronicità.

Le critiche delle opposizioni

Le opposizioni hanno duramente criticato la battuta d’arresto della riforma.

Il presidente dei senatori del Partito Democratico, Francesco Boccia, ha accusato il governo di non riuscire a portare avanti una riforma già condivisa con le Regioni, sostenendo che il rischio concreto sia quello di disperdere risorse e investimenti destinati alla sanità territoriale.

Sulla stessa linea la vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, che ha parlato di un sostanziale fallimento della riforma della medicina generale, denunciando il permanere di carenze di personale, servizi territoriali insufficienti e il rischio di avere Case della Comunità prive delle figure professionali necessarie.

Una riforma strategica per il futuro della sanità italiana

Il dibattito sulla riforma dei medici di famiglia va oltre la semplice questione contrattuale. In gioco c’è il modello di sanità territoriale che l’Italia intende costruire nei prossimi anni.

L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e la necessità di decongestionare gli ospedali richiedono infatti una rete assistenziale più forte e capillare sul territorio.

In questo scenario, medici di famiglia, infermieri di comunità e professionisti sanitari rappresentano gli attori chiave per garantire continuità assistenziale e prossimità delle cure.

Nelle prossime settimane potrebbero essere avviati nuovi tavoli di confronto per individuare una soluzione condivisa che consenta di valorizzare il ruolo dei medici di famiglia senza compromettere gli obiettivi della sanità territoriale previsti dal PNRR.

Nel frattempo resta aperta una domanda cruciale: come garantire il pieno funzionamento delle Case della Comunità e il rafforzamento dell’assistenza territoriale senza una riforma strutturale della medicina generale?

Redazione NurseTimes

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