Uno studio su dieci anni di segnalazioni infermieristiche in un grande ospedale universitario e un progetto pilota su 1.552 ricoveri in Piemonte arrivano alla stessa conclusione: le informazioni ci sono, ma vanno lette con metodo. Per i coordinatori è uno strumento di governo dei reparti, non solo un adempimento.
Gli infermieri compilano ogni giorno scale di rischio, schede di monitoraggio, segnalazioni di eventi avversi. Raramente quei dati tornano indietro sotto forma di informazioni utili per organizzare il lavoro. Due studi italiani pubblicati nel 2026 provano a farlo, con approcci diversi e con molta prudenza nelle conclusioni.
Dieci anni di segnalazioni
Il primo, pubblicato sul Journal of Clinical Nursing da un gruppo di ricercatori della sezione di Medicina legale dell’Università di Bari, analizza tutte le segnalazioni di eventi avversi inviate da infermieri in un grande ospedale universitario italiano tra luglio 2015 e giugno 2025.
Le segnalazioni sono 216 in dieci anni. Le categorie più frequenti sono aggressioni e violenza (44,0%) e cadute (15,7%). Nella maggior parte dei casi l’evento segnalato non ha causato danni (48,6%) o ha causato danni lievi (22,7%).
Nel tempo le segnalazioni sono aumentate, e sono aumentate anche in rapporto all’attività dell’ospedale tra il 2020 e il 2024. È cresciuta inoltre la quota di eventi giudicati prevenibili e attribuiti a fattori di sistema, non al singolo operatore.
Gli autori sono netti su un punto. Un aumento delle segnalazioni non indica un aumento degli eventi: misura soprattutto la propensione a segnalare. I sistemi volontari soffrono di sottostima, e lo studio non disponeva di dati su organici, carichi di lavoro e complessità dei pazienti. Duecentosedici segnalazioni in dieci anni, in un ospedale di grandi dimensioni, dicono molto sulla cultura della segnalazione. Meno su quanto accade davvero nei reparti.
Il dato che arriva dalla cartella
Il secondo studio, pubblicato su Nursing Reports da un gruppo dell’Azienda ospedaliero-universitaria San Luigi Gonzaga di Orbassano e dell’Università di Torino, cambia prospettiva. Invece di aspettare la segnalazione, va a cercare gli esiti nella documentazione clinica digitale.
Il progetto pilota ha coinvolto dieci reparti di un ospedale universitario da 400 posti letto, tra novembre 2025 e gennaio 2026: 1.552 ricoveri e 20.415 giornate di degenza. I dati sociodemografici erano completi nel 100% dei casi, la scala BRASS (che stima il rischio di dimissione difficile) nel 93%.
Gli esiti sensibili all’assistenza infermieristica documentati hanno riguardato il 7,35% dei ricoveri, pari a 6,08 eventi ogni mille giornate di degenza a rischio. In testa le lesioni da pressione (67 eventi), poi le cadute (39) e la contenzione fisica (14).
Due fattori risultano associati in modo indipendente al verificarsi di un evento. Il punteggio BRASS, con probabilità di evento che crescono del 12% per ogni punto in più (OR 1,12). E il ricovero dal pronto soccorso, associato a probabilità di evento oltre quattro volte superiori (OR 4,41) rispetto agli altri ingressi.
Anche qui gli autori parlano di fattibilità, non di risultati definitivi. Due mesi di osservazione, un solo ospedale, un indicatore composito: lo studio dimostra che il metodo funziona e prepara analisi più lunghe.
Quello che si scrive e quello che si fa
Un terzo lavoro, portoghese, pubblicato sull’International Journal of Nursing Studies, aggiunge un elemento che riguarda direttamente la qualità dei dati. I ricercatori hanno osservato per 112 ore 17 infermieri di un reparto di medicina interna durante la prevenzione delle lesioni da pressione negli anziani.
Tra le osservazioni c’è una differenza tra assistenza documentata e assistenza effettivamente erogata. Routine organizzative, sistemi di documentazione, modelli di turno e coordinamento con altri servizi influenzano quali interventi vengono fatti per primi, e come vengono registrati. Se la cartella non racconta fedelmente il turno, anche l’indicatore più raffinato misura la cartella.
Cosa cambia per i coordinatori
Letti insieme, i tre studi suggeriscono alcune indicazioni pratiche, con i limiti che gli stessi autori dichiarano.
- I pazienti che arrivano dal pronto soccorso e quelli con BRASS elevato sono una popolazione su cui concentrare valutazione precoce del rischio e sorveglianza nelle prime giornate.
- Le segnalazioni di eventi avversi diventano utili solo se tornano al reparto: briefing di sicurezza, restituzione periodica dei dati, azioni tracciate e verificate.
- Le aggressioni sono la prima voce delle segnalazioni infermieristiche nello studio decennale: un tema di sicurezza del paziente oltre che di sicurezza del lavoro.
- La qualità della documentazione è una condizione per misurare. Semplificare le schede e allinearle a ciò che si fa davvero vale quanto aggiungerne di nuove.
Nessuno dei due studi italiani mette in relazione diretta gli esiti con il numero di infermieri in turno, perché i dati sugli organici non erano disponibili o non erano oggetto dell’analisi. È proprio il pezzo mancante. Collegare esiti, complessità dei pazienti e personale presente permetterebbe di discutere di organici con numeri locali, non solo con le medie internazionali. I dati sugli esiti dell’assistenza esistono già, sparsi tra cartelle e moduli. Il lavoro da fare è metterli in fila e usarli per decidere.
Antonio Leuci
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