Home Infermieri Chi parla con questa gente: la lezione di Atlanta e il silenzio italiano
InfermieriNT NewsProfilo professionale

Chi parla con questa gente: la lezione di Atlanta e il silenzio italiano

Condividi
Condividi

Il 3 novembre, ad Atlanta, Keisha Lance Bottoms (foto) è diventata la prima donna afroamericana eletta governatrice di uno Stato americano, la Georgia. Da qui, da un corridoio di reparto, non mi interessa il colore di quella vittoria. Mi ha invece colpito un dettaglio: l’elenco.

Salita sul palco, non ha ringraziato sondaggisti, finanziatori, segreterie: ha nominato persone. L’agricoltore che prova a tenersi la terra di famiglia. Lo studente che si chiede se il costo degli studi valga la pena. L’insegnante che fa due lavori per poter insegnare ai nostri figli. Il caregiver con turni massacranti che non può permettersi di curarsi. Facce, non categorie.

Da lì nasce un pensiero, che affido con la modestia di chi sta dentro un reparto e non dentro un partito: nel nostro Paese, nei talk show, nei discorsi di piazza, nelle interviste sui giornali, questi elenchi non li fa più nessuno.

Comincio da casa mia, perché è lì che conosco ogni nome e ogni turno. Chi parla agli infermieri, ai fisioterapisti, ai logopedisti, ai terapisti occupazionali e della neuro e psicomotricità, agli assistenti sociali, agli educatori, agli operatori socio-sanitari, agli ausiliari, agli amministrativi delle Rsa e delle strutture accreditate convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, ex articolo 26 della legge 833 del 1978? Il loro contratto, ARIS-RSA e AIOP-RSA, è fermo al 2012: quattordici anni di inflazione li hanno pagati loro.

E chi parla alle ostetriche, ai tecnici di radiologia, di laboratorio, di centro trasfusionale, ai tecnici ortopedici e di neurofisiopatologia, ai dietisti degli ospedali classificati e delle case di cura ARIS e AIOP, con il contratto fermo al 2018? Non scioperano nei telegiornali, non bloccano le città. Lavorano, e basta: forse è per questo che non fanno notizia.

Ma l’elenco non finisce negli ospedali. Chi parla all’agricoltore che per raccogliere olive, grano e uva spende più di quanto incasserà? All’autotrasportatore e al pescatore, che lasciano alla pompa quasi tutto il ricavato? Al piccolo imprenditore che chiude non per mancanza di clienti, ma perché non regge più bollette, affitto e le retribuzioni dei dipendenti?

E – lo dico sapendo di rompere uno schema comodo – chi parla ai piccoli e medi imprenditori delle strutture socio-sanitarie, che hanno rette e tariffe ferme al 2012 e intanto pagano gasolio, energia, farmaci, presidi e personale? Non si possono chiedere gli adeguamenti del 2026 con i ricavi del 2012. Chi specula sulla fragilità va sanzionato, sempre; ma quelle tariffe nessuno le aggiorna da quattordici anni.

E alle migliaia di addette alle pulizie e alle mense degli ospedali, in appalto, con part-time non scelti, che portano a casa sei o settecento euro al mese? Senza di loro, un reparto chiude in due giorni, e non le nomina nessuno.

E agli operai dell’ex Ilva di Taranto, che i danni li hanno respirati e non hanno mai visto un impegno concreto a ricostruire gli impianti? Gli altiforni si spengono e per oltre diecimila famiglie, tra stabilimento e indotto, l’unica risposta è la cassa integrazione. A Taranto ci sono andati in tanti: ma dai tavoli, dicono i lavoratori, non è mai uscito nulla.

E non finisce nemmeno lì. Chi parla con chi ha millecinquecento euro netti e un figlio all’università, con una stanza da quattrocento euro? Con l’operaio in cassa integrazione, che non è disoccupato e non è occupato? Con l’anziano che, con milleduecento euro di pensione, rinuncia alla visita?

Con il padre che fa due lavori e vede i figli la domenica, e nemmeno tutte? Con i giovani che un lavoro lo trovano, ma così povero da non permettere di andarsene di casa? E poi ci si stupisce se i nostri infermieri vanno all’estero.

Vorrei essere chiaro: non è un’analisi di parte. In quattordici anni a Palazzo Chigi si sono alternati governi di ogni colore, e quei contratti sono rimasti fermi con tutti. E lo dico anche ai corpi intermedi, agli Ordini, a me stesso: se un contratto resta fermo così a lungo, vuol dire che qualcuno ha smesso di portare quei lavoratori dove si decide.

Ecco perché quella governatrice è un esempio: non per quello che farà, ma per come ci è arrivata, andando nelle contee rurali, nei mercati, davanti alle fabbriche e alle scuole, e dicendo poi che sarebbe stata governatrice anche di chi non l’aveva votata. Si chiama tornare tra la gente. Qui si fanno dirette, convegni, tavoli tecnici: si parla della gente e non si parla più con la gente.

Mi è rimasta addosso una scena. Sono le sette del mattino, il cambio dopo il turno di notte, e un’operatrice socio-sanitaria che ha appena smontato si ferma sulla porta e mi dice che anche stamattina non potrà accompagnare la figlia a scuola: ci penseranno i nonni. Le chiedo come mai. Mi risponde che deve andare a fare un’assistenza domiciliare. Non le ho detto nulla, non ne avrei avuto il coraggio. Ho pensato alla sua retribuzione, milleduecento euro, al marito rimasto senza lavoro quando la fabbrica ha chiuso, ai due figli. Quello stipendio non basta.

Per questo, al posto di una conclusione, lascio una richiesta: che qualcuno fissi una data per riaprire i contratti fermi al 2012 e al 2018 e per aggiornare le tariffe che li tengono fermi. Una data, scritta. Non ho ricette e non ho un partito: ho quarant’anni di turni e la convinzione che si debba ascoltare, prendere nota e tornare con delle risposte. Il resto è un’altra storia, e la conosciamo tutti.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

Articioli correlati

Condividi

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *