La vicenda del piccolo Domenico Caliendo è una ferita. E le ferite, prima di tutto, meritano rispetto. Meritano silenzio, verità, responsabilità accertate. Non slogan. Non cornici narrative costruite in fretta. Non deviazioni tematiche.
Per questo lascia perplessi vedere come una tragedia possa trasformarsi nel terreno su cui rilanciare un dibattito sulle “troppe competenze agli infermieri”. Come se il dolore potesse diventare un argomento tecnico. Come se un fatto drammatico potesse essere incastonato dentro una battaglia identitaria.
La sicurezza del paziente è un tema serio. È il cuore della sanità. Ma proprio per questo non può essere evocata in modo selettivo. Non può diventare un interruttore che si accende solo quando serve a frenare un’evoluzione professionale.
Se davvero vogliamo parlare di qualità, parliamo di protocolli, di formazione, di organizzazione, di responsabilità condivise. Non usiamo una tragedia per suggerire che l’avanzamento infermieristico sia un rischio. Perché, quando il dolore viene utilizzato come leva narrativa, il dibattito si impoverisce. Si sposta dal merito alla paura. Dalla costruzione alla difesa.
Il rispetto per Domenico non passa attraverso la contrapposizione tra professioni. Passa attraverso un sistema che sa analizzare, correggere, migliorare. Senza trasformare ogni cambiamento in una minaccia. Quando il dolore diventa strumento, il problema non è la competenza. È la narrazione che la circonda.
Guido Gabriele Antonio
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