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Parkinson: ambiente e stili di vita possono influire sul rischio nel 90% dei casi

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Dal Congresso LIMPE-DISMOV l’appello a investire su prevenzione, ambiente e salute pubblica.

“La curva del Parkinson sta salendo e, secondo le ultime proiezioni, potrebbe arrivare fino a 25 milioni di persone nel mondo entro il 2050”. Ad affermarlo è Alessandro Tessitore, neo-presidente della Società italiana Parkinson e disordini del movimento (LIMPE-DISMOV), a margine del 12° Congresso nazionale, che ha riunito a Rimini oltre 800 neurologi dal 13 al 15 maggio.

“Oggi sappiamo che solo nel 10% dei casi questa patologia è dovuta a una specifica mutazione genetica – ha aggiunto Tessitore -. Nel restante 90% dei casi entrano in gioco l’interazione tra una predisposizione individuale e fattori ambientali e comportamentali sui quali è possibile intervenire. La prevenzione deve quindi diventare una priorità condivisa, che coinvolga cittadini, comunità scientifica e decisori pubblici. L’aumento atteso dei casi rende il Parkinson una questione di sanità pubblica: non basta potenziare cure e assistenza; serve anche ridurre il rischio a monte, prima che la malattia si manifesti”.

Vulnerabilità biologica: cosa significa davvero

Quando si parla di predisposizione individuale, non si intende una condanna. Nella maggioranza dei casi non c’è un singolo gene “responsabile”, ma una vulnerabilità biologica: un insieme di caratteristiche che può restare silente oppure diventare rilevante se si sommano esposizioni e abitudini sfavorevoli. È qui che entrano in gioco i fattori modificabili.

Ambiente: quando le esposizioni nocive si sommano

Tra i fattori su cui si può intervenire, l’ambiente pesa perché agisce ogni giorno e spesso per anni: numerosi studi indicano che l’esposizione a pesticidi, a specifiche sostanze chimiche (come il tricloroetilene) e all’inquinamento atmosferico può incidere sul rischio di Parkinson. Il punto cruciale è che nella vita reale queste esposizioni raramente arrivano isolate: più spesso avvengono in combinazione. E quando le sostanze si mescolano, gli effetti possono sommarsi o potenziarsi in modo rilevante, risultando anche molto superiori rispetto a quanto osservato valutando i singoli composti separatamente.

Filiera globale: se le regole non sono coerenti, la prevenzione perde forza

La prevenzione delm Parkinson funziona davvero solo se le politiche sono coerenti lungo l’intera filiera. In Europa, ad esempio, alcune sostanze sono vietate o fortemente regolamentate per l’uso interno, ma continuano a essere prodotte ed esportate verso Paesi con normative meno stringenti, per poi rientrare attraverso prodotti importati. Un meccanismo che rischia di vanificare gli sforzi di prevenzione e che evidenzia la necessità di politiche coerenti e coordinate a livello internazionale.

Quando ridurre le esposizioni cambia i numeri

Alcune esperienze internazionali suggeriscono che intervenire sulle esposizioni possa tradursi in effetti misurabili nel lungo periodo. Nei Paesi Bassi, ad esempio, negli ultimi anni è stata osservata una riduzione dell’incidenza del Parkinson in parallelo all’adozione di politiche più rigorose su pesticidi, solventi e inquinanti. Un messaggio chiaro: la prevenzione non è solo teoria, ma può avere effetti concreti.

Stile di vita: la leva più accessibile

Accanto all’ambiente, la prevenzione passa anche da comportamenti protettivi. In particolare, l’attività fisica è tra i principali fattori protettivi noti, con evidenze sia sul rischio sia sulla progressione del Parkinson. Uno stile di vita sano contribuisce inoltre a ridurre i processi infiammatori, considerati un possibile meccanismo coinvolto nello sviluppo della neurodegenerazione.

Redazione Nurse Times

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