Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Gennaro Sorrentino (Migep – Stati Generali Oss).
Nel dibattito contemporaneo sul ruolo dell’operatore socio-sanitario emerge con forza una narrazione tanto diffusa quanto pericolosa: quella dell’oss come “missionario”, figura votata al sacrificio, all’abnegazione totale, quasi alla rinuncia di sé. Una retorica che, se da un lato può apparire nobile, dall’altro rischia di produrre effetti distorsivi e dannosi per l’intera categoria.
È fuori discussione che il lavoro dell’oss richieda umanità, empatia e competenze relazionali avanzate. La comunicazione assertiva, la capacità di ascolto, il rispetto della persona assistita sono elementi imprescindibili. Non si tratta semplicemente di “fare assistenza”, ma di entrare in relazione con fragilità, dolore, bisogni complessi.
Tuttavia, queste qualità devono essere riconosciute dalla categoria come competenze professionali, non come semplice espressione di una vocazione. L’empatia non è sacrificio: è tecnica, è anche formazione non solo attitudine. Il problema nasce quando queste qualità vengono piegate a una narrazione ideologica: quella della “missione”.
L’idea che l’oss debba sacrificarsi, accettare condizioni difficili, carichi di lavoro eccessivi, scarsa valorizzazione, perché “questo lavoro è una vocazione”, è profondamente deleteria. Questa retorica produce una forma di deviazione professionale: o sei disposto a dare tutto, o non sei degno di questo lavoro.
Allora diciamolo apertamente: un oss non è un missionario. È un lavoratore della sanità, con diritti, competenze e dignità. Questa narrazione ha conseguenze concrete. Se il lavoro è visto come una missione individuale, diventa difficile costruire un’identità collettiva. Si indebolisce il senso di appartenenza, si frammenta la categoria.
Forse è proprio questa cultura del sacrificio che impedisce agli oss di percepirsi come professionisti organizzati, capaci di fare squadra, di rivendicare diritti, di riconoscersi reciprocamente. Si finisce per accettare tutto, spesso in silenzio, trasformandosi – metaforicamente – in “carne da macello”, piuttosto che in soggetti attivi del sistema sanitario.
La sfiducia nella rappresentanza
Un altro effetto collaterale riguarda la rappresentanza. Se prevale l’idea che il lavoro sia una missione personale, allora diventa quasi inutile – o addirittura sospetto -, affidarsi a organismi collettivi. Ecco perché molti oss faticano a riconoscersi in realtà come Migep – Stati Generali Oss o nel sindacato SHC OSS. La logica del sacrificio individuale prevale su quella della tutela collettiva. Ma senza rappresentanza non esiste crescita professionale. Esiste solo adattamento passivo.
Fidarsi di tutti, tranne che di sé stessi
Questa retorica produce anche un altro paradosso: spinge gli oss a fidarsi di chiunque – istituzioni, organizzazioni improvvisate, promesse generiche -, ma non di sé stessi e della propria categoria. Se il lavoro è una missione, allora conta più “quanto ti doni” che “quanto vali professionalmente”. E così si perde il senso della propria competenza, della propria autonomia, della propria identità.
In questo scenario, una lezione importante arriva dalla professione infermieristica. Gli infermieri hanno progressivamente costruito una forte identità professionale, basata su formazione, competenze, riconoscimento giuridico e rappresentanza. Hanno superato, almeno in parte, la retorica della vocazione per affermare quella della professionalità.
È questo il passaggio che anche gli oss devono compiere: da missione a professione; da sacrificio a competenza; da individualismo a collettività. Restituire dignità alla figura dell’oss significa anche cambiare narrazione. Umanità ed empatia devono restare centrali, ma come strumenti professionali, non come giustificazioni per lo sfruttamento.
Solo abbandonando la retorica del sacrificio sarà possibile costruire una categoria consapevole, unita e capace di rivendicare il proprio ruolo nel sistema sanitario. Perché prendersi cura degli altri non può significare smettere di prendersi cura di sé, anche come professionisti.
Redazione Nurse Times
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