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Oltre la divisa: l’arte invisibile e il silenzio della professione. Arrivano gli oss robot

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Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma di Angelo Minghetti (Federazione Migep) e Gennaro Sorrentino (Stati Generali Oss).

Oltre la divisa esiste una professione. Una professione fatta di gesti quotidiani, presenza costante e cura silenziosa. L’operatore socio-sanitario (oss) è una delle figure più presenti nel sistema assistenziale italiano e, allo stesso tempo, una delle più invisibili. È un paradosso evidente: chi è più vicino alla persona fragile è spesso anche il più lontano dal riconoscimento sociale, professionale e politico.

L’oss rappresenta l’arte della cura concreta. Non una cura teorica, ma una cura fatta di attenzione, ascolto e presenza. Eppure questa arte della cura diventa invisibile quando la stessa professione rinuncia a difendere il proprio valore.

Il problema, infatti, non è soltanto il mancato riconoscimento istituzionale. Il problema più profondo è il silenzio della professione stessa. Troppo spesso l’oss rimane spettatore delle trasformazioni del sistema sanitario. Assiste alle riforme dell’assistenza, osserva la nascita di nuove figure professionali e vede ridefiniti competenze e spazi operativi senza che la propria voce emerga con forza.

Questa indifferenza collettiva produce un effetto pericoloso: trasforma una professione fondamentale in un fantasma del sistema assistenziale. Presente ovunque nella pratica quotidiana, ma raramente rappresentata nei luoghi decisionali. Essenziale nell’assistenza diretta, ma quasi assente nel dibattito politico e professionale sulla sanità del futuro.

Nel frattempo il sistema sanitario evolve. L’innovazione tecnologica entra nelle corsie, portando con sé nuove soluzioni pensate per supportare l’assistenza e migliorare l’organizzazione del lavoro. Un esempio concreto arriva dall’ospedale di Cosenza, dove si sperimentano robot destinati a supportare attività assistenziali di base, in particolare nell’ambito dell’igiene e della gestione del paziente.

La tecnologia non è il problema. L’innovazione può rappresentare un’opportunità reale. Ma ciò che colpisce è altro. Si progettano strumenti per svolgere attività che l’oss garantisce da anni, ogni giorno, con competenza, responsabilità e presenza umana. Eppure, mentre si investe nella tecnologia, la professione continua a rimanere priva di un riconoscimento strutturale chiaro e forte, e uno stipendio fermo.

Non stanno sostituendo l’oss con i robot. Stanno progettando un sistema nel quale l’oss rischia di non essere più considerato indispensabile. Le attività assistenziali di base non vengono più considerate “proprietà” di una professione, ma funzioni sostituibili, trasferibili, automatizzabili.

Non è il robot a mettere in discussione l’oss. È l’assenza dell’oss nei luoghi in cui si decide il futuro dell’assistenza. Perché quando il sistema inizia a ripensare anche le attività più fondamentali della cura senza includere chi le svolge quotidianamente, il problema non è l’innovazione: il problema è la rappresentanza.

Ed è qui che emerge anche una responsabilità interna alla professione. Troppo spesso chi prova a dare visibilità all’oss viene ignorato o indebolito. Chi tenta di costruire percorsi di riconoscimento viene disconosciuto. Si critica, si delegittima, ma allo stesso tempo non si costruisce nulla di nuovo.

Si rimane ancorati a schemi ormai logori, spesso legati a dinamiche di dipendenza e a forme di clientelismo che per anni hanno condizionato il mondo del lavoro assistenziale. In questo modo la professione non cresce e non si emancipa, ma continua a rimanere in una posizione di marginalità.

La domanda allora diventa inevitabile: dove sta l’oss? Sta nelle corsie, accanto ai pazienti. Sta nella quotidianità della cura. Ma troppo spesso non sta nei luoghi in cui si decide il futuro dell’assistenza. Finché questa distanza continuerà ad esistere, l’oss rischierà di rimanere oltre la divisa: presente nella cura, ma assente nelle scelte politiche e organizzative che stanno ridisegnando il sistema sanitario.

Eppure è proprio nelle attività quotidiane che si definisce il valore reale della professione. L’igiene della persona, la mobilizzazione, il supporto nelle funzioni primarie, l’assistenza nella vita quotidiana, l’osservazione continua dei bisogni del paziente, la relazione diretta con la fragilità: queste non sono semplici mansioni. Sono atti di cura. Sono competenze. Sono responsabilità. Sono il cuore dell’assistenza.

Se queste attività vengono considerate sostituibili, automatizzabili o marginali, non è perché lo siano davvero. È perché non sono ancora riconosciute come patrimonio professionale strutturato, tutelato e rappresentato. Per questo il tema non è difendere un ruolo in modo passivo. Il tema è costruire riconoscimento.

Serve un passaggio chiaro: uscire dal silenzio e costruire strumenti di rappresentanza reale. Un Collegio dell’oss e un Registro professionale non sono rivendicazioni formali, ma strumenti essenziali per dare identità, dignità e visibilità alla professione. Sono la base per garantire che le competenze non vengano disperse, che le attività non vengano svuotate e che il ruolo non venga ridefinito senza il coinvolgimento di chi lo esercita ogni giorno.

Senza rappresentanza, la professione resta invisibile. Senza riconoscimento, le attività diventano sostituibili. Senza identità, il futuro viene deciso da altri. Per questo oltre la divisa non può più esserci il silenzio. Deve esserci presenza, consapevolezza e visibilità. Perché il futuro dell’assistenza non si costruisce senza l’oss. E l’oss non può più restare fuori dai luoghi in cui quel futuro viene deciso.

Perché una professione non scompare quando viene attaccata. Scompare quando non viene più considerata necessaria nelle scelte strategiche. Il punto è chiaro: il sistema si sta abituando a pensare che possa farne a meno.

Redazione Nurse Times

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