Alla Messina Social City pochi professionisti dovrebbero coprire quattro servizi differenti. La carenza viene chiamata emergenza, ma quando dura nel tempo cambia nome: si chiama organizzazione.
Quattro infermieri effettivamente disponibili per un bacino complessivo di circa 1.500 utenti e dipendenti, distribuiti tra quattro servizi. È la situazione denunciata alla Messina Social City, azienda speciale che gestisce attività sociali del Comune: assistenza agli anziani, persone con disabilità, strutture di accoglienza e altri interventi territoriali. I numeri descrivono un organico talmente essenziale che, più che programmare ferie, malattie e sostituzioni, bisognerebbe vietarle per regolamento.
Il rapporto tra quattro infermieri e 1.500 persone, preso da solo, non basta naturalmente a misurare la sicurezza assistenziale. Non tutti gli utenti presentano gli stessi bisogni e non tutti richiedono una presenza infermieristica continuativa. Per valutare seriamente il fabbisogno servono dati su complessità, fragilità, prestazioni, sedi, fasce orarie e continuità del servizio.
Ma proprio questa precisazione rende la vicenda ancora più grave: dove sono questi dati? Con quale analisi è stato stabilito che quattro professionisti siano sufficienti? Qual è il piano per garantire sostituzioni e copertura nei diversi servizi? La risposta non può essere semplicemente: “Finora ce l’abbiamo fatta”. Anche viaggiare senza cintura può andare bene diverse volte, ma non diventa per questo un modello di sicurezza.
Secondo la denuncia sindacale, una parte del personale sarebbe costretta a spostarsi tra servizi differenti, con difficoltà nella copertura dei turni e nella gestione delle attività. È la versione amministrativa dell’infermiere jolly: oggi anziani, domani disabilità, dopodomani un’altra struttura, purché sulla carta compaia qualcuno con l’iscrizione all’Ordine. La continuità assistenziale, la conoscenza degli utenti e la stabilità dei percorsi possono attendere. L’importante è riempire la casella del turno.
Il problema non riguarda soltanto il carico di lavoro. Nei servizi sociali e sociosanitari l’infermiere gestisce terapie, fragilità, cronicità, rischio clinico, educazione sanitaria e raccordo con medici, famiglie e servizi territoriali. Se il personale è insufficiente, il sistema non perde soltanto prestazioni: perde capacità di prevenire complicanze e intercettare precocemente i problemi. Poi, quando la situazione peggiora, intervengono pronto soccorso e ospedale. Il risparmio ottenuto non programmando correttamente l’assistenza territoriale viene così restituito al sistema con gli interessi.
Bisogna anche smettere di raccontare che gli infermieri non si trovano, come se fossero una specie protetta avvistata soltanto in alcune regioni. I professionisti esistono, ma valutano stipendi, stabilità, carichi, responsabilità e possibilità di crescita. Se un ente non riesce a reclutarli o trattenerli, la domanda non è soltanto “dove sono finiti gli infermieri?”, bensì “cosa stiamo offrendo?”. Perché la carenza nazionale è reale, ma qualche volta diventa un alibi molto utile per evitare di discutere delle condizioni locali.
La Messina Social City dovrebbe rendere pubblici fabbisogni, presenze effettive, assenze, ore di assistenza, distribuzione tra servizi e piano di reclutamento. Non servono rassicurazioni generiche: servono numeri, tempi e responsabilità. Un’azienda che si occupa di persone fragili non può organizzare l’assistenza affidandosi alla disponibilità infinita di quattro professionisti.
Quando un infermiere manca improvvisamente, si può parlare di emergenza. Quando ne mancano stabilmente diversi, l’emergenza è diventata una scelta gestionale. E se quattro infermieri devono tenere insieme quattro servizi e 1.500 persone, non abbiamo risolto la carenza. Abbiamo soltanto deciso chi dovrà sopportarla.
Guido Gabriele Antonio
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