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Mancano infermieri nelle case di riposo: a Este (PD) arriva la soluzione dal Kenya

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Contratti pluriennali e percorso di riconoscimento dei titoli: la RSA padovana prova a rispondere all’emergenza personale nelle strutture per anziani.

La crisi di personale nelle case di riposo continua a pesare sulla sanità territoriale. Nel Padovano, la Fondazione Santa Tecla di Este ha scelto una strada destinata a far discutere: il reclutamento di infermieri dal Kenya per rafforzare l’assistenza agli anziani. La struttura, attiva a Este dal 1843 è oggi uno dei centri servizi più importanti del territorio per l’accoglienza e la cura della popolazione anziana. 

Secondo le news locali, la collaborazione è nata grazie al legame con la diocesi di Nyahururu e al tramite di don Sandro Ferretto, missionario in Kenya per oltre un decennio e poi parroco a Borgo Veneto. Da quel contatto sono arrivati sei infermieri kenyani, giovani professionisti formati e pronti a inserirsi nella RSA atestina per dare una risposta concreta alla carenza di infermieri. 

Il punto centrale, però, non è soltanto il reclutamento internazionale, ma il percorso burocratico che lo rende possibile. Per l’esercizio in Italia di una professione sanitaria conseguita in un Paese extracomunitario, il Ministero della Salute prevede una procedura specifica di riconoscimento del titolo, con presentazione della domanda e della documentazione richiesta. In altre parole, il modello adottato a Este si inserisce dentro un iter formale complesso, ma praticabile, per portare personale qualificato nelle strutture in difficoltà. 

Il caso Santa Tecla riflette una criticità che non riguarda solo una singola casa di riposo, ma l’intero sistema delle RSA.

Già nel 2022, Uneba segnalava come la ricerca di infermieri formati all’estero fosse una risposta emergenziale importante, ma non sufficiente da sola a risolvere la carenza strutturale di personale. Lo stesso documento citava proprio la Fondazione Santa Tecla tra gli esempi di strutture che avevano scelto di attivare canali internazionali per garantire continuità assistenziale. 

La vicenda si colloca inoltre dentro una tendenza più ampia che, nel Veneto, ha continuato a emergere negli anni successivi: la difficoltà di reperire infermieri e operatori socio-sanitari nelle residenze per anziani. La stampa locale ha descritto più volte il settore come in sofferenza, con strutture costrette a cercare nuove soluzioni organizzative per non ridurre i servizi agli ospiti. 

Sul piano umano, il progetto ha anche un valore simbolico rilevante. L’arrivo di professionisti sanitari da un altro continente racconta una sanità che cambia volto, dove la risposta alla carenza di organico passa sempre più spesso attraverso cooperazione internazionale, reti ecclesiali e accordi tra territori. Per la Fondazione Santa Tecla, si tratta di una scelta che unisce tutela dell’assistenza, continuità organizzativa e ricerca di nuove competenze per sostenere una popolazione fragile che necessita di presenza costante, ascolto e cura. 

In prospettiva, il modello potrebbe diventare un riferimento per altre strutture che vivono la stessa emergenza. Resta però chiaro che il reclutamento dall’estero può alleggerire l’impatto della crisi solo in parte: senza un rafforzamento complessivo del personale, della formazione e delle condizioni di lavoro ed economiche legato agli stipendi, il rischio è quello di continuare a inseguire l’emergenza anziché governarla. È questa la vera sfida che emerge dalla cronaca di Este e che riguarda tutta la sanità territoriale.  

Redazione NurseTimes

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