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L’infermiere Giovanni Grasso (presidente Opi Arezzo) alla guida dell’Ars Toscana: tranquilli, la sanità non è crollata

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Dal 1° settembre Giovanni Grasso, presidente di Opi Arezzo, diventerà commissario straordinario dell’Agenzia regionale di sanità (Ars Toscana). È il primo infermiere e il primo professionista non medico a ricoprire l’incarico, conferito dal governatore Eugenio Giani. Un incarico che durerà fino al 31 dicembre 2026, salvo la nomina anticipata del nuovo direttore. Si tratta di una notizia storica, soprattutto perché nel 2026 continuiamo ancora a considerarla tale.

Ma questa notizia contiene anche una domanda piuttosto scomoda: perché abbiamo dovuto aspettare così tanto? L’Ars Toscana non dirige reparti e non prescrive terapie. È un organismo tecnico che raccoglie e analizza dati sullo stato di salute della popolazione, sulle disuguaglianze, sulle performance del servizio sanitario, sulle risorse e sull’organizzazione dell’assistenza.

Produce conoscenza per aiutare la Regione Toscana a prendere decisioni. Un incarico nel quale servono competenze di sanità pubblica, epidemiologia, ricerca, valutazione e management. Tutte aree che, incredibile ma vero, non risultano geneticamente riservate alla professione medica.

Eppure la guida delle istituzioni sanitarie italiane continua a essere considerata quasi naturalmente medica. Non sempre perché una norma lo imponga, ma perché decenni di abitudine hanno trasformato una consuetudine in un diritto non scritto. Medici alla programmazione, medici alla direzione, medici nelle commissioni, medici nei tavoli decisionali. Gli altri professionisti, nel frattempo, vengono gentilmente invitati a collaborare. Possibilmente dopo che le decisioni sono già state prese.

La nomina di Grasso come commissario straordinario dell’Ars Toscana rompe questo automatismo e riconosce che un infermiere può possedere competenze manageriali e strategiche adeguate a guidare un organismo regionale. Non perché “anche gli infermieri meritano un posto”, come se si trattasse di una lotteria tra categorie, ma perché la sanità non coincide con la medicina.

È un sistema composto da professioni, organizzazioni, servizi sociali, tecnologie, dati e bisogni assistenziali. Continuare a governarlo attraverso un’unica prospettiva significa osservare una struttura complessa da una sola finestra e convincersi di vedere tutto.

Evitiamo però di trasformare questa nomina nell’ennesima medaglia celebrativa. Un infermiere nominato commissario per alcuni mesi non cancella la persistente marginalità della professione nei luoghi nei quali si programmano servizi e risorse. Non basta fotografare il “primo infermiere” e congratularsi con l’intera categoria. Bisognerà valutare ciò che farà, quali priorità porterà e quali risultati produrrà. Altrimenti avremo ottenuto una bella notizia professionale, qualche comunicato soddisfatto e nessun cambiamento strutturale.

La vera svolta arriverà quando un infermiere alla guida di un’istituzione sanitaria non sarà più presentato come un evento eccezionale, ma come l’esito normale di una selezione basata su competenze ed esperienza. Quando nessuno sentirà il bisogno di specificare che è “il primo”. Quando la presenza delle professioni sanitarie nei luoghi decisionali sarà ordinaria e non concessa una volta ogni tanto per dimostrare che il soffitto di cristallo, tecnicamente, ha una piccola apertura.

Per ora la nomina di Giovanni Grasso resta un segnale importante. Dimostra che la governance sanitaria può finalmente iniziare a riconoscere competenze diverse dal solito curriculum professionale dominante. E, sorpresa delle sorprese, la Toscana continua a esistere, gli ospedali non sono crollati e nessuno ha revocato il Servizio sanitario regionale.

Forse un infermiere può davvero occuparsi anche di dati, ricerca e governo della sanità. Chi l’avrebbe mai detto, oltre a tutti quelli che lo fanno già da anni senza essere invitati al tavolo?

Guido Gabriele Antonio

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