C’è una frase che continuiamo a ripetere come un mantra: la sanità in Italia è un diritto per tutti. Lo è sulla carta. Molto meno nella realtà. Perché basta uscire dalle dichiarazioni ufficiali e guardare cosa succede davvero per accorgersi che qualcosa è cambiato. E non da ieri. Liste d’attesa che si allungano. Prestazioni che slittano. Cittadini che rinunciano. E poi, quasi in parallelo, cresce un’altra sanità. Quella veloce, accessibile, efficiente. Ma a pagamento.
Il punto non è dire che il sistema pubblico non esiste più. Esiste eccome. Ma sta lentamente cambiando funzione. Non è più il luogo dove tutto è garantito. È diventato il luogo dove si aspetta. E l’attesa, oggi, è la vera selezione. Perché chi può permetterselo non aspetta. Va nel privato, paga, risolve. Chi non può, resta dentro il sistema pubblico, dentro i tempi, dentro le liste.
E così, senza bisogno di dirlo apertamente, si crea una distinzione che la Costituzione non aveva previsto: non tra chi ha diritto e chi no, ma tra chi può esercitarlo e chi no. E nel frattempo si continua a parlare di modelli, riforme, investimenti. Ma la domanda resta semplice: a cosa serve parlare di diritto universale, se poi l’accesso reale diventa selettivo?
Perché il problema non è solo organizzativo. Non è solo una questione di risorse o di gestione. È un cambio di equilibrio. Silenzioso, progressivo, quasi impercettibile. Ma reale. E quando un sistema cambia natura senza dichiararlo, il rischio è sempre lo stesso: accorgersene solo quando è troppo tardi. A quel punto non si tratterà più di migliorarlo. Ma di ricostruirlo.
Guido Gabriele Antonio
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