Dalla Lombardia arriva un’ammissione destinata a pesare più di molti convegni sulla valorizzazione: alcuni reparti chiuderebbero per mancanza di infermieri.
Quando la carenza impedisce di erogare assistenza, non siamo più davanti a un problema professionale, ma a un limite strutturale del servizio sanitario.
Per anni ci hanno spiegato che gli infermieri erano importanti. Ora scopriamo che, quando non ci sono, i reparti chiudono davvero. Secondo quanto riportato da NurseTimes, l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso avrebbe dichiarato durante il Congresso nazionale SUMAI che in Lombardia alcuni reparti ospedalieri vengono chiusi non per carenza di medici, ma per mancanza di infermieri. La formulazione dovrà essere verificata attraverso un resoconto integrale dell’intervento, ma il contenuto politico è già abbastanza chiaro: il personale infermieristico non rappresenta una voce accessoria dell’organizzazione. Ne determina concretamente la capacità di funzionare.
È un riconoscimento importante, purché non diventi l’ennesima dichiarazione drammatica destinata a essere archiviata insieme alle precedenti. Se un reparto non può aprire o deve ridurre l’attività perché mancano infermieri, la domanda non è più quanti professionisti manchino in astratto. Bisogna sapere quali servizi siano stati ridimensionati, quanti posti letto non siano utilizzabili, quante attività siano state rinviate e quali territori risultino maggiormente esposti. La carenza diventa misurabile quando produce conseguenze organizzative; continuare a rappresentarla soltanto attraverso una stima nazionale permette a ciascuna amministrazione di riconoscerla senza assumersene pienamente la responsabilità.
Il riferimento alla Svizzera fotografa poi una contraddizione difficile da aggirare.
Nelle aree di confine non basta bandire un concorso e aspettare che qualcuno risponda. Il datore di lavoro pubblico compete con sistemi capaci di offrire retribuzioni, percorsi professionali e condizioni organizzative più attrattive. Descrivere la scelta di attraversare la frontiera come una fuga individuale significa osservare l’effetto evitando accuratamente la causa. Le persone non vengono trattenute dalle campagne sulla vocazione, soprattutto quando dall’altra parte del confine trovano un riconoscimento economico sensibilmente diverso.
La questione, peraltro, non riguarda soltanto lo stipendio. La retribuzione è decisiva, ma incidono anche turni, riposi, possibilità di crescita, mobilità, qualità del coordinamento, dotazioni di supporto e corrispondenza tra competenze possedute e funzioni esercitate. Un’azienda può assumere cento infermieri e continuare a perderne altrettanti se non conosce le ragioni delle dimissioni. Il reclutamento riempie temporaneamente le caselle; una politica di retention conserva competenze, esperienza e continuità assistenziale.
Quando manca personale, il sistema tende invece ad affidarsi alla solita tecnologia organizzativa: la disponibilità di chi è rimasto. Si richiamano professionisti, si modificano i turni, si rinviano riposi, si accorpano attività e si chiede ai coordinatori di trovare comunque una soluzione. Per qualche tempo il reparto continua a funzionare e la carenza rimane invisibile. Poi arriva il momento in cui nemmeno la flessibilità riesce più a compensare lo squilibrio. La chiusura non nasce quel giorno: quel giorno diventa soltanto impossibile nasconderla.
Per questo ogni Regione dovrebbe pubblicare periodicamente, azienda per azienda, la dotazione prevista e quella effettiva, il turnover, le cessazioni, i concorsi conclusi, le rinunce, i tempi di assunzione e le attività ridotte per indisponibilità di personale. Servirebbe inoltre un piano di trattenimento con obiettivi verificabili: riduzione delle uscite, percorsi di carriera accessibili, valorizzazione delle competenze specialistiche, sostegno abitativo nelle aree più costose e analisi strutturata delle ragioni che spingono i professionisti ad andarsene.
Non sarebbe una graduatoria delle aziende migliori o peggiori, ma un modo per distinguere la difficoltà oggettiva dall’inerzia organizzativa. Dire che gli infermieri mancano è ormai facile. Spiegare quali decisioni siano state adottate, quanto abbiano funzionato e chi risponda dei risultati è la parte che continua a mancare.
Se davvero alcuni reparti chiudono per carenza di infermieri, la discussione sulla valorizzazione può considerarsi conclusa almeno sul piano teorico. Il valore è già dimostrato dal servizio che scompare quando quei professionisti non ci sono. Adesso resta da capire se la politica intenda riconoscerlo prima della prossima chiusura o soltanto durante il convegno successivo.
Guido Gabriele Antonio
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