Le Regioni avvertono: il finanziamento del Ssn rallenterà, mentre case e ospedali di comunità entreranno nella fase più costosa, quella ordinaria. Senza personale e risorse correnti, il rischio è rispettare tutte le scadenze europee e mancare l’unica veramente importante: aprire servizi capaci di assistere i cittadini.
Il Pnrr può finanziare la costruzione di una casa della comunità. Non può assumere gli infermieri che dovranno lavorarci per i prossimi vent’anni. È dentro questa distinzione, semplice ma ostinatamente trascurata, che va letto l’allarme presentato dalle Regioni alla Commissione Affari sociali della Camera.
Il problema non riguarda soltanto quanto denaro verrà destinato alla sanità nei prossimi anni. Riguarda la sostenibilità di tutto ciò che stiamo costruendo quando i finanziamenti straordinari europei saranno terminati e resterà la gestione ordinaria.
Secondo il documento illustrato dal coordinatore della Commissione Salute delle Regioni, il Fondo sanitario nazionale raggiungerebbe 142,905 miliardi nel 2026, 143,909 nel 2027 e 144,778 nel 2028. Gli importi nominali continuerebbero quindi a crescere, ma con incrementi progressivamente più limitati: poco più di un miliardo nel 2027 e 869 milioni nel 2028.
Nel frattempo cresceranno prezzi, costo del personale, farmaci, tecnologie, cronicità e domanda assistenziale. In rapporto al Pil, il finanziamento scenderebbe dal 6,15% del 2026 al 5,9% nel 2028. Le Regioni stimano inoltre che la spesa sanitaria possa superare le risorse disponibili di 7 miliardi già nel 2026, fino a raggiungere una differenza di 11 miliardi nel 2028.
Sono stime presentate dalle Regioni e dovranno essere valutate all’interno della prossima programmazione finanziaria. Ma la questione strutturale non dipende dall’esattezza dell’ultimo decimale. Stiamo finanziando investimenti senza avere ancora consolidato il costo del loro funzionamento.
Case della comunità, ospedali di comunità, centrali operative territoriali, telemedicina e nuove apparecchiature rappresentano strumenti necessari. Il territorio italiano aveva bisogno di investimenti e il PNRR ha offerto un’occasione difficilmente ripetibile per recuperarne almeno una parte.
Il problema nasce quando il completamento dell’opera viene confuso con l’attivazione del servizio. Un edificio consegnato entro la scadenza è un risultato per il cronoprogramma. Per il cittadino diventa un risultato soltanto quando può entrarvi e trovare professionisti, attività e percorsi assistenziali effettivamente disponibili.
Tra le due cose esiste tutto ciò che la politica comunica con minore entusiasmo: spesa corrente, manutenzione, utenze, sistemi informatici, materiali, farmaci, pulizia, sicurezza e soprattutto personale. Le mura si inaugurano. Gli organici, molto meno. Per questo le Regioni chiedono di superare definitivamente i tetti alla spesa per il personale.
La richiesta è coerente con un’evidenza organizzativa: non si può ampliare la rete dei servizi mantenendo rigidi vincoli su chi dovrebbe garantirli. Se il Ssn deve aprire nuove strutture senza poter aumentare adeguatamente le dotazioni, il personale sarà semplicemente trasferito da altri servizi già in difficoltà.
La casa della comunità potrebbe allora aprire sottraendo infermieri al distretto, alla domiciliarità o all’ospedale. L’ospedale di comunità potrebbe occupare professionisti già necessari nelle degenze ordinarie. La centrale operativa potrebbe nascere spostando personale da altre funzioni territoriali. Sulla carta avremo più strutture. Nella realtà avremo distribuito la stessa carenza su un numero maggiore di indirizzi.
Superare il tetto, però, non basta. La possibilità giuridica e finanziaria di assumere non produce automaticamente candidati. Il Ssn deve affrontare una crisi di attrattività che riguarda retribuzioni, condizioni di lavoro, sviluppo professionale, conciliazione, autonomia e qualità organizzativa.
Togliere il limite di spesa è necessario. Pensare che sia sufficiente significherebbe sostituire un vincolo contabile con un concorso deserto. Serve quindi una programmazione che colleghi il numero delle strutture alle attività previste, alle ore di apertura e alle dotazioni professionali realmente disponibili.
Ogni Regione dovrebbe pubblicare, per ciascuna casa e ospedale di comunità, non soltanto lo stato dei lavori, ma anche:
- i servizi che saranno effettivamente erogati;
- il personale necessario e quello già assegnato;
- la provenienza dei professionisti eventualmente trasferiti;
- il costo annuo di funzionamento;
- la fonte delle risorse dopo il Pnrr;
- la data di attivazione sostanziale, distinta dalla consegna dell’edificio;
- gli indicatori attraverso i quali verranno valutati i risultati.
Questa è la differenza tra monitorare un investimento e governare un servizio. Il tema riguarda direttamente anche il middle management. Nuove strutture multiprofessionali richiedono coordinamento dei processi, integrazione tra ospedale e territorio, agende condivise, gestione dei flussi e valutazione degli esiti. Medici, infermieri, specialisti, assistenti sociali e personale amministrativo non diventano automaticamente un’équipe perché lavorano nello stesso stabile.
Senza responsabilità organizzative chiare, rischiamo di costruire servizi nominalmente integrati nei quali ogni professionista continua a operare all’interno del proprio percorso separato. Il cittadino troverà più porte, ma dovrà ancora capire da solo quale aprire.
Il dopo Pnrr dovrebbe quindi essere pianificato adesso, non nel 2027, quando le strutture saranno completate e qualcuno scoprirà che mantenerle operative costa. Occorre un fondo pluriennale dedicato alla gestione della nuova rete territoriale, accompagnato da un piano nazionale del personale che tenga insieme formazione, reclutamento, permanenza nel pubblico e distribuzione tra Regioni.
Devono inoltre essere definiti criteri trasparenti per evitare che i territori con maggiore capacità finanziaria riescano a sostenere le nuove strutture mentre quelli sottoposti a Piano di rientro rimangano con servizi incompleti. Altrimenti il programma nato per ridurre le disuguaglianze potrebbe consegnare strutture simili e possibilità assistenziali molto differenti.
Le Regioni chiedono anche una revisione dei meccanismi di uscita dai Piani di rientro. La questione merita attenzione, ma non può trasformarsi in una cancellazione delle responsabilità. Maggiore flessibilità deve essere accompagnata da obiettivi misurabili, trasparenza e verifica dei risultati. Un vincolo incapace di distinguere tra spreco e investimento necessario può danneggiare i servizi; eliminarlo senza rafforzare l’accountability può semplicemente rendere meno visibili le inefficienze.
Il finanziamento, quindi, è indispensabile ma non autosufficiente. Il Ssn non ha bisogno soltanto di spendere di più: deve dimostrare di saper trasformare le risorse in professionisti, accessibilità, continuità e salute.
Questa distinzione non può però diventare l’alibi per finanziare meno. L’efficienza non sostituisce il personale e la buona organizzazione non paga stipendi, farmaci o manutenzione. Chiedere alle aziende di fare meglio con risorse progressivamente insufficienti significa spesso chiedere ai professionisti di compensare personalmente il divario attraverso straordinari, flessibilità e carichi crescenti.
La fase dell’entusiasmo edilizio sta terminando. Comincia quella decisiva. Il Pnrr ci dirà quante strutture siamo riusciti a costruire entro le scadenze. Il Ssn dovrà dimostrare quante saremo capaci di aprire davvero, riempire di competenze e mantenere operative nel tempo. Perché una casa della comunità vuota può risultare perfettamente completata in ogni rendicontazione. È soltanto il cittadino a non potervi ricevere assistenza.
Guido Gabriele Antonio
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