Home NT News Puglia, il disavanzo è pubblico: la cura passa dal privato
NT NewsPugliaRegionali

Puglia, il disavanzo è pubblico: la cura passa dal privato

Condividi
Puglia, svolta sui Lea: diventano gratuite le cure per 406 patologie
Condividi

Mentre la sanità pugliese resta sotto controllo per un disavanzo da circa 350 milioni, la Regione conferma oltre 100 milioni di euro per acquistare prestazioni di specialistica ambulatoriale dagli erogatori accreditati. Il privato può contribuire ad abbattere le attese, ma senza un rafforzamento della capacità pubblica rischia di trasformarsi da supporto a terapia permanente.

La sanità pugliese ha trovato una cura singolare per affrontare contemporaneamente disavanzo e liste d’attesa: controllare più rigidamente il pubblico e continuare ad acquistare prestazioni dal privato.

Da una parte, la Puglia dovrebbe restare sottoposta anche nel 2027 alla disciplina del Piano di rientro, dopo aver chiuso il 2025 con un disavanzo sanitario indicato in circa 350 milioni di euro. Dall’altra, la Giunta regionale ha confermato per il 2026 oltre 100 milioni di euro di tetti di spesa destinati alla specialistica ambulatoriale erogata dalle strutture private accreditate e contrattualizzate.

La fotografia è politicamente efficace, ma va letta con precisione. I 100 milioni non rappresentano, per quanto emerge dal provvedimento, un nuovo assegno straordinario consegnato alle cliniche per salvare le liste d’attesa. Sono il volume di spesa già previsto per acquistare dal privato accreditato prestazioni a carico del Servizio sanitario regionale.

La Regione ne conferma l’impianto per il 2026 e annuncia dal 2027 nuovi criteri di distribuzione dei budget, maggiormente collegati ai fabbisogni assistenziali, all’appropriatezza e alle necessità dei diversi territori. La precisazione evita la propaganda facile. Non elimina, però, la contraddizione.

Il privato accreditato è una componente legittima del Servizio sanitario e può essere utile per aumentare rapidamente l’offerta, recuperare prestazioni arretrate e garantire esami che il sistema pubblico non riesce a erogare entro i tempi previsti. Il problema non è acquistare una prestazione da una struttura privata. Il problema nasce quando quell’acquisto diventa la risposta ordinaria a una capacità pubblica che continua a ridursi o che non viene messa nelle condizioni di crescere.

Perché una lista d’attesa non nasce spontaneamente. È il risultato della distanza tra la domanda dei cittadini e la capacità del sistema di produrre visite, esami e procedure. Su quella capacità incidono le apparecchiature disponibili, gli orari di funzionamento, l’organizzazione delle agende, l’appropriatezza prescrittiva e soprattutto il personale necessario per mantenere operative le strutture.

Se mancano tecnici, infermieri, medici, amministrativi e operatori di supporto, la diagnostica pubblica lavora meno di quanto potrebbe. Se le autorizzazioni ad assumere procedono lentamente, se i concorsi arrivano dopo che il professionista è già andato altrove e se i servizi vengono tenuti insieme attraverso straordinari e prestazioni aggiuntive, la capacità produttiva non aumenta. Aumentano soltanto la pressione sugli operatori e il numero dei cittadini in attesa.

A quel punto arriva la soluzione più rapida: comprare prestazioni da chi dispone già di strutture e personale. Nell’immediato può funzionare. Il cittadino non è interessato all’insegna collocata fuori dall’ambulatorio: vuole eseguire l’esame necessario in tempi compatibili con il proprio bisogno di salute.

Sarebbe ideologico rifiutare il contributo degli accreditati mentre migliaia di persone attendono una visita o un accertamento diagnostico. Ma sarebbe altrettanto ideologico fingere che ogni acquisto dal privato rafforzi automaticamente il sistema pubblico. Può ridurre la coda di oggi senza aumentare di una sola prestazione la capacità che il servizio regionale sarà in grado di garantire domani.

Qui il Piano di rientro incontra il suo paradosso più delicato. Dovrebbe correggere gli squilibri, migliorare la gestione e riportare i conti sotto controllo. Se viene applicato prevalentemente come contenimento lineare della spesa, però, può limitare assunzioni, investimenti e capacità organizzativa. Il pubblico produce meno, la domanda rimane e il sistema è costretto ad acquistare all’esterno ciò che non riesce più a garantire direttamente.

Il risparmio iniziale torna così sotto forma di fattura. Naturalmente non è possibile attribuire l’intero disavanzo al privato accreditato, né sostenere che i 100 milioni ne siano la causa. Il deficit sanitario dipende da molteplici voci: farmaceutica, dispositivi medici, personale, acquisti di beni e servizi, mobilità sanitaria, costi energetici e inefficienze organizzative. Proprio per questo servirebbe un’operazione di trasparenza molto più ampia della semplice comunicazione di una cifra complessiva.

Ai pugliesi andrebbe spiegato non soltanto quanto manca, ma dove si è prodotto lo squilibrio, quali aziende hanno superato gli obiettivi economici, quali fattori erano prevedibili, quali misure correttive saranno adottate e quali effetti avranno sui servizi. Un Piano di rientro non dovrebbe essere raccontato come una punizione contabile calata dall’alto. È uno strumento che incide su assunzioni, investimenti, organizzazione e quindi sul diritto concreto all’assistenza.

La stessa trasparenza deve valere per le risorse destinate agli erogatori privati. Se l’obiettivo è ridurre le liste d’attesa, non basta distribuire budget. Bisogna indicare quali prestazioni saranno acquistate, in quali territori, con quali priorità cliniche, entro quali tempi e con quali risultati misurabili.

Quante prestazioni aggiuntive verranno realmente offerte? Quanti cittadini saranno ricontattati? Quanto si ridurranno i tempi per una risonanza, una Tac, una visita cardiologica o un esame oncologico? Le strutture renderanno disponibili le agende attraverso il sistema pubblico di prenotazione? Sarà impedito che il paziente riceva rapidamente la prestazione a pagamento e attenda mesi per la stessa prestazione a carico del Servizio sanitario?

Senza questi dati, il tetto di spesa misura quanto il sistema può pagare, non quanto diritto alla salute riesce a produrre. Dal 2027 la Regione intende rivedere i criteri di riparto, lasciando alle Asl la valutazione dei fabbisogni e collegando maggiormente i budget all’appropriatezza e alle esigenze assistenziali. È una direzione ragionevole, ma richiede una regia regionale forte. Sei aziende sanitarie che definiscono fabbisogni con strumenti differenti possono generare sei mercati diversi, sei sistemi di priorità e ulteriori disuguaglianze territoriali.

Servono criteri comuni, dati pubblici e una valutazione periodica degli esiti. La distribuzione non può dipendere soltanto dallo storico di quanto ogni struttura ha ricevuto o dalla sua capacità negoziale. Deve partire dalle prestazioni che mancano, dai tempi effettivi, dalla popolazione assistita e dalle aree nelle quali l’offerta pubblica e privata è insufficiente.

Soprattutto, ogni euro utilizzato per acquistare prestazioni dovrebbe essere accompagnato da una domanda: questa spesa sta compensando un’emergenza temporanea oppure sta sostituendo una funzione che il pubblico ha rinunciato a ricostruire?

È qui che il titolo smette di essere una provocazione e diventa una questione di politica sanitaria. Il disavanzo resta a carico della collettività. Anche le prestazioni acquistate dal privato sono pagate con risorse pubbliche. Il rischio è che il cittadino finanzi due volte la debolezza del sistema: prima attraverso maggiori imposte e misure di rientro, poi attraverso l’acquisto esterno dei servizi che le strutture pubbliche non riescono a produrre.

E quando neppure il canale accreditato garantisce tempi adeguati, arriva il terzo pagamento: quello interamente privato, sostenuto direttamente dalla famiglia che può permetterselo. Chi non può, aspetta o rinuncia.

La vera soluzione non consiste quindi nello scegliere tra pubblico e privato come se fossero due tifoserie. Consiste nel definire quale capacità il servizio pubblico debba necessariamente mantenere, quali prestazioni possa acquistare in modo integrativo e quali risultati debbano essere richiesti a ogni erogatore finanziato dal sistema regionale.

Occorre rafforzare gli organici, utilizzare le apparecchiature pubbliche per fasce orarie più ampie quando esistono personale e domanda, ripulire le agende dalle prenotazioni duplicate, garantire il recall, governare l’appropriatezza e rendere interoperabili i sistemi di prenotazione. Al privato accreditato vanno assegnati volumi coerenti con i bisogni, non rendite storiche; in cambio devono essere richiesti accessibilità, trasparenza, qualità e integrazione reale con la programmazione pubblica.

Il Piano di rientro dovrebbe misurare anche questo. Non soltanto se il bilancio torna, ma come torna. Un equilibrio ottenuto riducendo attività, comprimendo il personale e trasferendo la domanda fuori dal pubblico può essere formalmente corretto e assistenzialmente disastroso.

La Puglia ha certamente bisogno di rimettere ordine nei conti. Ma ha anche bisogno di spiegare quale servizio sanitario resterà quando quei conti saranno tornati in ordine. Perché il privato può essere parte della cura. Se diventa l’unica terapia disponibile ogni volta che il pubblico rallenta, il problema non è più la lista d’attesa. È la dipendenza organizzativa di un sistema che finanzia la risposta esterna senza riuscire a ricostruire la propria capacità di rispondere.

Guido Gabriele Antonio

Articoli correlati

Condividi

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati
Disabile trattato in modo "disumano": per la Cassazione scatta il reato di tortura
NT NewsO.S.S.

Differenziale economico per svolgimento di mansioni superiori: Cassazione conferma il diritto di una oss

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un’azienda ospedaliera universitaria,...

Illustrazione di quattro infermieri in un reparto ospedaliero, con il dato dei 36 posti letto del caso Niguarda
InfermieriLombardiaNormativeNT NewsRegionali

Niguarda, 4 infermieri per 36 letti: condanna per stress e demansionamento

Il Tribunale di Milano accoglie il ricorso di nove professionisti: al centro...

InfermieriNT NewsProfilo professionale

La distanza fra tre numeri

Alle 9 del mattino, nella palestra di un centro di riabilitazione accreditato...

Lucca, infermieri e oss in fuga verso le strutture pubbliche: Rsa vicine al collasso
NT NewsO.S.S.

Morte di una oss durante il servizio: lettera aperta al ministro Schillaci

Di seguito la lettera aperta scritta da Federazione Migep, Stati Generali Oss...