Le intese con quattro Regioni avanzano verso il Parlamento. Il punto non è soltanto chi ottiene nuove competenze, ma come impedire che differenze organizzative e capacità economiche diventino ulteriori distanze nell’accesso alle cure.
Un infermiere che cambia Regione non porta via una quota del Fondo sanitario. Porta via competenze, esperienza e capacità assistenziale.
Nel bilancio nazionale il trasferimento può essere quasi invisibile. Nel reparto che perde un professionista, molto meno. È da questa differenza tra contabilità e funzionamento dei servizi che andrebbe discussa l’autonomia sanitaria, prima di dividerci tra chi la presenta come soluzione universale e chi come disastro inevitabile.
Il Governo ha approvato gli schemi definitivi delle intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto e i relativi disegni di legge. Adesso occorre il passaggio parlamentare: non siamo davanti a competenze già trasferite né a una riforma conclusa. La conferma istituzionale dell’avanzamento arriva dal Consiglio regionale del Veneto, che il 14 ottobre ha richiamato esplicitamente la successiva approvazione delle Camere.
La ricostruzione disponibile indica margini su tariffe, investimenti, fondi integrativi e risorse destinate al personale, subordinati a condizioni e verifiche. Prevede inoltre che la maggiore autonomia non alteri finanziamento e riparto del SSN e non produca effetti negativi per le altre Regioni. È una garanzia importante. Ma proprio perché importante deve diventare verificabile, non restare una formula rassicurante.
La domanda non è se ogni differenza regionale debba essere vietata. Un sistema sanitario ha bisogno anche di adattamenti locali, sperimentazione e capacità di decidere.
Il problema nasce quando le possibilità di miglioramento dipendono da condizioni di partenza molto diverse e manca un meccanismo efficace per correggerle. Una Regione che organizza meglio i servizi deve poter produrre risultati. Un cittadino che vive altrove non dovrebbe però ricevere, come spiegazione del proprio disservizio, un seminario sul riparto delle competenze.
Sul personale il confronto dovrebbe essere particolarmente concreto.
Se maggiori margini organizzativi rendessero alcune aziende più attrattive, bisognerebbe misurare anche le conseguenze nei territori di provenienza dei professionisti. Non per impedire agli infermieri di scegliere dove lavorare, ma per evitare che la libertà individuale diventi l’alibi con cui rinunciare a correggere condizioni di lavoro meno sostenibili. Trattenere attraverso vincoli chi vorrebbe andarsene non è una politica di attrattività. È la sua ammissione di fallimento.
Per la Puglia la risposta non può esaurirsi nell’opposizione politica.
Occorre chiedere garanzie nazionali esigibili e, contemporaneamente, rendere trasparenti le proprie responsabilità: assunzioni nette per profilo, dimissioni, tempi dei concorsi, stabilità degli incarichi, accesso alla formazione e condizioni dei servizi più difficili. Denunciare il rischio di perdere professionisti è legittimo. Sapere perché scelgano di partire è altrettanto necessario.
Anche i LEA devono essere letti come assistenza concretamente accessibile, non soltanto come requisito da attestare. Tempi di attesa, continuità territoriale, disponibilità professionale e mobilità dei pazienti aiutano a capire che cosa accada oltre gli atti amministrativi. Una prestazione prevista ma raggiungibile soltanto dopo mesi o molti chilometri non scompare formalmente dal sistema. Per chi deve curarsi, però, la distanza tra esistenza e accessibilità è tutto il problema.
Il Parlamento dovrebbe quindi pretendere una valutazione pubblica degli effetti: quali risultati migliorano nelle Regioni interessate, che cosa accade nelle altre, quali segnali fanno scattare un intervento correttivo. Servono indicatori confrontabili prima e dopo l’attuazione, responsabilità riconoscibili e conseguenze quando le condizioni non vengono rispettate. È una proposta di governo della riforma, non la previsione che ogni rischio si realizzerà.
L’autonomia può essere giudicata soltanto sulle funzioni effettivamente trasferite e sui risultati prodotti. Per questo occorre leggere i testi definitivi senza anticipare benefici o catastrofi. Ma una domanda può essere posta già adesso: chi garantirà che una maggiore capacità di decidere in alcuni territori non coincida con una minore possibilità di curarsi negli altri? Perché la neutralità dei bilanci è una condizione. L’uguaglianza nell’accesso resta l’obiettivo.
Guido Gabriele Antonio
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