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Difterite: vaccinazione e responsabilità nella medicina contemporanea

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Diphtheria vaccine in a vial, immunization and treatment of infection, scientific experiment
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Riflessioni scientifiche, cliniche ed etico-professionali a partire dal caso di Palermo. A cura della Società italiana di medicina diagnostica e terapeutica (Simedet).


Abstract

La morte di una bambina di quattro anni e mezzo per difterite a Palermo nell’agosto 2026 rappresenta un evento clinico ed epidemiologico di particolare rilevanza, non soltanto per la gravità dell’esito, ma perché ripropone simultaneamente tre questioni centrali della medicina contemporanea: il valore della prevenzione vaccinale, la qualità del processo diagnostico nelle malattie infettive oggi rare e il modo con cui la società valuta la responsabilità dei professionisti sanitari dopo un evento avverso.

Secondo quanto riportato da RaiNews, la bambina non era stata vaccinata contro la difterite per scelta dei genitori; dopo un primo accesso ospedaliero con febbre, ipoalimentazione e vomito, era stata dimessa con diagnosi di tonsillite essudativa febbrile, per poi essere nuovamente ricoverata in condizioni più gravi e successivamente diagnosticata con difterite. Sono in corso accertamenti giudiziari e medico-legali sulle circostanze del decesso e sulle eventuali responsabilità.

La vicenda non deve tuttavia essere interpretata attraverso una contrapposizione semplicistica tra responsabilità genitoriale e responsabilità sanitaria. La mancata vaccinazione e l’eventuale appropriatezza del processo diagnostico costituiscono due questioni distinte, entrambe meritevoli di rigorosa valutazione. La vaccinazione rappresenta uno degli strumenti più efficaci della prevenzione primaria delle malattie infettive; parallelamente, un eventuale errore diagnostico deve essere accertato secondo criteri clinici, scientifici e medico-legali e non può essere dedotto automaticamente dall’esito negativo.

Particolare attenzione merita inoltre il fenomeno della delegittimazione pubblica dei professionisti sanitari. La definizione di un medico come “incompetente” prima della conclusione degli accertamenti costituisce un problema non soltanto etico e professionale, ma anche epistemologico: la valutazione della competenza clinica deve essere effettuata sulla base delle informazioni disponibili al momento della decisione, delle conoscenze scientifiche pertinenti, delle condizioni organizzative e delle alternative concretamente praticabili, evitando il cosiddetto hindsight bias.

La sicurezza delle cure richiede pertanto un paradigma nel quale prevenzione vaccinale, qualità diagnostica, responsabilità professionale e tutela del medico non siano considerati interessi contrapposti, ma componenti complementari di un unico sistema orientato alla protezione del paziente.

Introduzione

La medicina contemporanea si trova sempre più frequentemente nella condizione di dover affrontare eventi clinici nei quali dimensione scientifica, responsabilità individuale, organizzazione sanitaria e comunicazione pubblica si sovrappongono.

La vicenda della bambina deceduta a Palermo per difterite costituisce, sotto questo profilo, un caso paradigmatico. Non perché sia possibile, allo stato attuale, stabilire responsabilità definitive, ma perché consente di osservare con particolare chiarezza alcune tensioni strutturali della medicina moderna: la difficoltà di mantenere alta la percezione del rischio quando una malattia è divenuta rara grazie alla prevenzione; la necessità di riconoscere tempestivamente patologie infettive oggi poco frequenti; la complessità delle decisioni cliniche assunte in condizioni di informazione incompleta; la crescente esposizione dei professionisti sanitari alla valutazione immediata dell’opinione pubblica e dei social media.

Il primo dato da riaffermare è quello relativo alla prevenzione. La vaccinazione contro la difterite costituisce da decenni uno dei cardini dei programmi di immunizzazione. La WHO raccomanda una serie primaria di vaccinazioni contenenti anatossina difterica e successive dosi di richiamo; l’ECDC documenta che tutti i Paesi dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo dispongono di programmi vaccinali contro la difterite e che in Italia la componente antidifterica è inserita nel calendario vaccinale pediatrico e nei successivi richiami [1,2]. La WHO sottolinea inoltre che la vaccinazione costituisce uno degli interventi di sanità pubblica più efficaci nella prevenzione delle malattie infettive [3].

Il dato fondamentale, pertanto, è che la rarità contemporanea della difterite nei Paesi ad alta copertura vaccinale non rappresenta la dimostrazione della perdita di rilevanza della malattia. È, al contrario, una delle conseguenze positive della prevenzione vaccinale.

La difterite rappresenta un esempio particolarmente eloquente del cosiddetto “paradosso della prevenzione”: quanto più efficace è un intervento preventivo, tanto meno frequente diventa la malattia che esso previene e, conseguentemente, tanto più la popolazione può perdere la percezione della gravità del rischio che la vaccinazione ha contribuito a ridurre.

La WHO ricorda che la difterite è una malattia causata da ceppi tossigeni di Corynebacterium diphtheriae, nella quale la morbilità e la mortalità sono principalmente correlate all’azione della tossina difterica [1]. La persistenza di una malattia potenzialmente grave, pur divenuta rara, rende pertanto la prevenzione vaccinale non soltanto una raccomandazione epidemiologica, ma una componente essenziale della medicina preventiva.

La prevenzione vaccinale come espressione della medicina basata sulle evidenze

La medicina basata sulle evidenze non consiste nella semplice adesione a un principio astratto di fiducia nella vaccinazione. Essa richiede una valutazione sistematica dei benefici, dei rischi, dell’efficacia, della sicurezza e del rapporto beneficio-rischio di ciascun intervento.

Nel caso delle vaccinazioni, questo processo è particolarmente strutturato. Le raccomandazioni della WHO vengono elaborate attraverso processi metodologici che includono la valutazione sistematica delle evidenze e procedure formali di revisione [1]. La WHO sottolinea inoltre che la sicurezza dei vaccini viene monitorata durante l’intero ciclo di vita attraverso sistemi di sorveglianza e farmacovigilanza [3].

In Italia tale funzione è integrata nel sistema nazionale di farmacovigilanza coordinato da AIFA, nel quale confluiscono le segnalazioni di sospette reazioni avverse e i dati vengono integrati con i sistemi europei e internazionali [4].

È quindi scientificamente scorretto contrapporre vaccinazione e sicurezza come se fossero concetti incompatibili. La sicurezza vaccinale non deriva dall’affermazione che il rischio sia nullo; deriva dalla capacità del sistema sanitario di identificare, quantificare e monitorare i rischi e di confrontarli con i benefici della prevenzione.

Questa distinzione è fondamentale anche sul piano comunicativo. Una comunicazione scientificamente corretta non deve affermare che un vaccino sia “privo di rischi”. Deve spiegare che ogni intervento sanitario presenta potenziali effetti avversi e che la decisione clinica deriva dalla valutazione comparativa tra il rischio dell’intervento e quello della malattia che si intende prevenire.

Nel caso della difterite, la prevenzione vaccinale ha modificato radicalmente il rischio individuale e collettivo della malattia. Il fatto che una patologia sia diventata rara non deve pertanto essere utilizzato come argomento contro la vaccinazione; al contrario, costituisce una delle conseguenze del successo della vaccinazione.

Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale italiano riconosce infatti la riduzione o eliminazione del carico delle malattie infettive prevenibili mediante vaccinazione come una priorità di sanità pubblica [5].

Il minore al centro della decisione preventiva

La vaccinazione pediatrica introduce una particolare complessità etica perché la decisione non viene assunta dal soggetto direttamente esposto al rischio, ma dagli adulti che ne esercitano la responsabilità genitoriale. Il problema non può quindi essere ricondotto esclusivamente alla contrapposizione tra libertà individuale e obbligo vaccinale.

La questione fondamentale è quella della tutela del minore. Quando esiste una strategia preventiva di comprovata efficacia, la responsabilità degli adulti consiste nel garantire che il minore possa beneficiare delle migliori opportunità di prevenzione disponibili, sulla base di informazioni corrette e comprensibili.

La vicenda di Palermo assume in questo senso una particolare rilevanza. RaiNews riferisce che la bambina non era stata vaccinata contro la difterite per scelta dei genitori e che la Procura ha aperto un procedimento nei loro confronti, mentre la Procura per i minorenni ha avviato un fascicolo relativo alla responsabilità genitoriale [6]. Tali accertamenti dovranno naturalmente essere distinti dalla valutazione scientifica generale del valore della vaccinazione e non possono essere anticipati attraverso giudizi pubblici.

La responsabilità genitoriale, in una prospettiva di sanità pubblica, non può essere concepita soltanto come libertà di scelta, ma anche come responsabilità di protezione. Questa considerazione diviene particolarmente importante quando una decisione individuale riguarda un soggetto che non possiede piena autonomia decisionale e quando l’intervento preventivo dispone di un solido supporto scientifico.

La disinformazione vaccinale e la costruzione sociale del rischio

Uno degli elementi riportati nel caso di Palermo riguarda la presenza, nel quartiere Zen, di una credenza secondo cui la vaccinazione sarebbe associata all’autismo. RaiNews riferisce che tale convinzione sarebbe stata richiamata anche nel contesto delle indagini relative alla mancata vaccinazione dei bambini della zona [6].

Al di là della specifica vicenda giudiziaria, il fenomeno rappresenta un problema più ampio di comunicazione sanitaria. La percezione del rischio non coincide necessariamente con il rischio epidemiologico. Un evento grave ma raro può essere percepito come meno minaccioso di un evento avverso temporalmente associato a un intervento sanitario, anche quando la probabilità reale dei due eventi sia radicalmente diversa.

La Immunization Agenda 2030 della WHO identifica espressamente la fiducia nella vaccinazione, la qualità dei servizi e la disinformazione come fattori determinanti dell’adesione vaccinale e sottolinea l’importanza di strategie fondate sul coinvolgimento delle comunità, sulla comunicazione rispettosa e sulla costruzione della fiducia [7].

Ne deriva che la risposta alla disinformazione non può essere semplicemente repressiva. Una società scientifica non può limitarsi a dichiarare che una determinata informazione è falsa. Deve spiegare perché lo è, quali evidenze la contraddicono, quali sono i limiti delle conoscenze disponibili e quali sono i rischi alternativi della decisione. La comunicazione scientifica deve quindi trasformarsi da comunicazione assertiva a comunicazione argomentativa.

Il secondo problema: la qualità del processo diagnostico

La vicenda di Palermo presenta tuttavia un secondo livello, che non deve essere oscurato dalla discussione sulla vaccinazione. Secondo la ricostruzione pubblicata da RaiNews, la bambina era stata condotta al pronto soccorso il 13 agosto con febbre, ipoalimentazione e vomito e dimessa con diagnosi di tonsillite essudativa febbrile; il 15 agosto era stata nuovamente ricoverata in condizioni peggiorate e la diagnosi di difterite sarebbe stata posta il giorno successivo [6].

La sequenza degli eventi merita di essere analizzata. Ma analizzare non significa condannare. La WHO considera la gestione clinica della difterite una materia che richiede raccomandazioni specifiche e nel 2024 ha pubblicato una linea guida dedicata alla gestione clinica della malattia [8]. La disponibilità di linee guida aggiornate è particolarmente importante quando il medico si trova davanti a patologie rare, nelle quali la probabilità pre-test può essere molto bassa.

Una malattia rara può infatti essere clinicamente difficile da riconoscere nelle fasi iniziali, soprattutto quando la presentazione iniziale è compatibile con patologie molto più frequenti. Questo non significa che una diagnosi tardiva sia necessariamente appropriata. Significa che la valutazione deve essere condotta secondo una metodologia corretta.

La domanda scientificamente appropriata non è semplicemente se la diagnosi di difterite fosse stata formulata più tardi, ma se, sulla base delle informazioni disponibili al primo accesso, la difterite dovesse ragionevolmente essere inclusa nella diagnosi differenziale e se fossero indicate ulteriori indagini, osservazione, trattamento o rivalutazione. È una distinzione essenziale.

L’errore diagnostico e il problema del senno di poi

La letteratura internazionale sulla sicurezza delle cure ha ampiamente dimostrato che l’errore diagnostico costituisce una componente importante del danno evitabile in medicina [9].

Il rapporto della National Academies Improving Diagnosis in Health Care ha evidenziato la natura complessa dell’errore diagnostico e la necessità di considerare il processo diagnostico come un’attività che coinvolge simultaneamente professionisti, pazienti, organizzazioni e sistemi sanitari [9].

Uno degli aspetti più importanti nella valutazione retrospettiva di un caso è il cosiddetto hindsight bias. Una volta conosciuto l’esito, ciò che era incerto appare frequentemente come prevedibile.

Il medico che oggi conosce la diagnosi di difterite può facilmente rileggere retrospettivamente febbre, vomito, ipoalimentazione, alterazioni faringee e successivo peggioramento come elementi che avrebbero dovuto necessariamente condurre alla diagnosi. Ma il medico che valutava la bambina al primo accesso non possedeva quella informazione.

Questa differenza epistemologica è fondamentale. La valutazione della responsabilità professionale deve essere effettuata secondo una prospettiva ex ante, non semplicemente ex post. Il principio può essere formulato in termini semplici: la correttezza di una decisione clinica deve essere valutata sulla base delle informazioni disponibili quando la decisione è stata presa, non sulla base di ciò che è stato scoperto successivamente.

Naturalmente, questo principio non costituisce uno schermo per l’errore professionale. Se l’analisi dimostrasse che i dati disponibili avrebbero dovuto condurre, secondo le conoscenze scientifiche e le buone pratiche pertinenti, a un diverso percorso diagnostico e che tale omissione abbia avuto conseguenze causalmente rilevanti, l’eventuale responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti. Ma tale responsabilità deve essere dimostrata, non presunta dall’esito.

Dal paradigma della colpa individuale al paradigma della sicurezza delle cure

È proprio su questo punto che la moderna medicina della sicurezza si discosta dalla tradizionale cultura della colpevolizzazione. Il Global Patient Safety Action Plan 2021-2030 della WHO considera la sicurezza del paziente una priorità globale e propone un modello nel quale la prevenzione del danno richiede interventi a livello del singolo professionista, del team, dell’organizzazione e del sistema sanitario [10].

La WHO sottolinea esplicitamente che molti errori non derivano esclusivamente dall’azione di un singolo operatore, ma da condizioni organizzative e processuali che possono favorire l’errore [11]. Questa impostazione non significa negare la responsabilità individuale. Significa collocarla all’interno del sistema nel quale l’atto professionale si realizza.

Un pronto soccorso pediatrico, per esempio, non è soltanto il luogo nel quale un medico formula una diagnosi. È un sistema costituito da tempi di attesa, triage, disponibilità di laboratorio e diagnostica, continuità delle informazioni, comunicazione tra professionisti, accesso alla consulenza specialistica, sistemi informatici, protocolli e carichi di lavoro.

Un eventuale errore diagnostico può essere favorito o contrastato da ciascuno di questi elementi. La moderna sicurezza delle cure richiede pertanto che l’indagine non si limiti alla domanda “chi ha sbagliato?”, ma si estenda alla domanda “quali condizioni hanno reso possibile l’errore e come possiamo evitare che si ripeta?”. Questo approccio è oggi parte integrante della cultura internazionale della patient safety [10,11].

Il problema del “tiro al piccione” contro il medico

In questo quadro appare particolarmente problematico il fenomeno, ormai frequente, della trasformazione del medico nel bersaglio immediato dell’indignazione pubblica dopo un evento clinico avverso. Nel caso di Palermo la madre della bambina, attraverso un messaggio pubblicato sui social media e riportato da RaiNews, ha definito i medici “incompetenti”, sostenendo che la situazione della figlia sarebbe stata sottovalutata durante gli accessi al pronto soccorso [12].

La sofferenza della madre deve essere rispettata. Una perdita così drammatica rende comprensibile la ricerca di una spiegazione e, talvolta, di una responsabilità. Tuttavia, la comprensione del dolore non può essere confusa con l’accertamento della responsabilità professionale. La definizione pubblica di un medico come “incompetente”, quando gli accertamenti sono ancora in corso, costituisce una forma di anticipazione del giudizio. È precisamente ciò che una medicina fondata sulle evidenze dovrebbe evitare.

Il punto non è difendere corporativamente il medico. Al contrario, una società scientifica deve essere la prima a pretendere che eventuali errori vengano individuati e corretti. Ma deve pretendere lo stesso rigore quando il professionista viene accusato.

Se la medicina richiede evidenze per stabilire che un vaccino è efficace, deve richiedere evidenze anche per stabilire che un medico è stato incompetente. Se una correlazione temporale non è sufficiente a dimostrare causalità in epidemiologia, non può essere sufficiente neppure nella valutazione della responsabilità clinica. Se il metodo scientifico impone di distinguere ipotesi da dimostrazione, tale principio deve valere in entrambe le direzioni.

La tutela del medico non è impunità

La difesa del medico dal processo mediatico non equivale alla difesa dell’impunità. Questa distinzione deve essere esplicitata. Un professionista che abbia commesso un errore evitabile e causalmente rilevante deve essere sottoposto alle procedure previste dall’ordinamento.

Ma la responsabilità professionale non può essere sostituita dalla gogna. La verifica deve essere affidata a una ricostruzione documentale, clinica e medico-legale che tenga conto della cronologia, delle informazioni disponibili, delle linee guida applicabili, delle condizioni organizzative e delle alternative realisticamente praticabili.

La valutazione della qualità professionale deve inoltre distinguere tra complicanza, evento avverso, errore, negligenza, imprudenza, imperizia e responsabilità causale. La loro sovrapposizione semantica nel linguaggio giornalistico e nei social media produce spesso una pericolosa semplificazione.

Un esito sfavorevole non dimostra automaticamente un errore. Un errore non dimostra automaticamente negligenza. Una negligenza non dimostra automaticamente il nesso causale con il decesso. E l’accertamento di una responsabilità professionale non equivale alla dimostrazione che l’intero sistema sanitario sia “incompetente”. Questa sequenza logica deve essere mantenuta integra.

La medicina dell’emergenza e la difficoltà delle diagnosi rare

Il caso di Palermo pone inoltre un problema clinico di particolare interesse. La difterite, proprio perché resa rara dalla vaccinazione, è una diagnosi che il medico contemporaneo può incontrare con frequenza estremamente inferiore rispetto alle comuni infezioni delle alte vie respiratorie.

La riduzione della frequenza di una malattia modifica inevitabilmente la probabilità pre-test con cui essa viene considerata nella diagnosi differenziale. Questo rappresenta una delle conseguenze paradossali del successo della prevenzione. Da una parte, la vaccinazione riduce drasticamente il numero dei casi. Dall’altra, la riduzione dei casi può determinare una perdita di familiarità clinica con la patologia. Ne deriva la necessità di mantenere elevata l’attenzione formativa sulle malattie rare ma potenzialmente letali.

La WHO ha pubblicato nel 2024 una linea guida specifica sulla gestione clinica della difterite, proprio a testimonianza della necessità di mantenere disponibili conoscenze e procedure aggiornate anche per una malattia divenuta rara [8]. La formazione continua deve pertanto includere non soltanto le patologie più frequenti, ma anche quelle per le quali un ritardo diagnostico può avere conseguenze particolarmente gravi.

Vaccinazione e qualità dell’assistenza: una falsa contrapposizione

Una delle conseguenze più pericolose del dibattito pubblico potrebbe essere la trasformazione della vicenda in una contrapposizione tra due posizioni: da un lato la mancata vaccinazione, dall’altro la presunta incompetenza dei medici.

La realtà clinica è molto più complessa. La prevenzione vaccinale e la qualità dell’assistenza rappresentano due livelli diversi ma complementari della tutela della salute. Un bambino deve essere adeguatamente vaccinato quando la vaccinazione è indicata.

Se sviluppa comunque una malattia, deve ricevere una diagnosi tempestiva e un trattamento appropriato. Se un sistema diagnostico presenta criticità, esse devono essere identificate e corrette.

Se una famiglia riceve informazioni scientificamente scorrette, il sistema sanitario deve essere in grado di intervenire con strumenti comunicativi adeguati. Non esiste quindi alcuna contraddizione tra sostenere la vaccinazione e chiedere contemporaneamente il massimo livello di qualità dell’assistenza sanitaria. Al contrario, entrambe le posizioni derivano dal medesimo principio: la tutela del paziente attraverso la migliore evidenza scientifica disponibile.

La responsabilità delle società scientifiche

La vicenda pone anche una questione relativa al ruolo delle società scientifiche. Una società scientifica non può limitarsi a difendere la categoria professionale. Deve difendere il metodo.

Ciò significa sostenere la vaccinazione quando le evidenze la indicano; contrastare la disinformazione; promuovere la formazione; chiedere sistemi sanitari efficienti; favorire la sicurezza delle cure; pretendere che gli errori vengano identificati; ma anche opporsi alla condanna anticipata dei professionisti. È un equilibrio complesso, ma è precisamente ciò che distingue una società scientifica da un’organizzazione corporativa.

La Simedet deve pertanto assumere una posizione nella quale la tutela del medico e la tutela del paziente non siano rappresentate come interessi antagonisti. Il paziente deve essere protetto dall’errore. Il medico deve essere protetto dalla falsa attribuzione di errore. Il sistema deve essere protetto dalla ripetizione degli errori. Questi tre obiettivi sono inseparabili.

Il caso del dottor Alberto Ferrando nel quadro della comunicazione scientifica

La vicenda assume ulteriore significato alla luce degli attacchi e delle minacce rivolti al dottor Alberto Ferrando, membro del Comitato Scientifico Simedet, in relazione alla propria attività professionale e divulgativa.

La solidarietà della Società deve essere intesa come difesa del diritto del professionista a partecipare al dibattito pubblico su temi di salute sulla base delle evidenze disponibili. Non può esistere una comunicazione scientifica efficace se il professionista che la esercita viene sistematicamente esposto alla minaccia o alla delegittimazione personale. Allo stesso tempo, la difesa del medico non può trasformarsi in una richiesta di immunità dalla critica. Il principio deve essere simmetrico.

Il medico può essere criticato, ma deve essere criticato sui fatti. Il medico può essere sottoposto a verifica, ma deve essere verificato attraverso procedure appropriate. Il medico può essere ritenuto responsabile, ma la responsabilità deve essere dimostrata. Questa simmetria rappresenta la vera applicazione del metodo scientifico alla responsabilità professionale.

Verso un nuovo rapporto tra cittadini, medici e istituzioni

La crisi di fiducia nella medicina non può essere affrontata né attraverso l’autoritarismo scientifico né attraverso la delegittimazione della professione. Il primo consiste nell’affermare che il cittadino debba semplicemente “fidarsi”. Il secondo consiste nell’affermare che ogni evento negativo dimostri l’incompetenza del sistema sanitario.

Entrambe le posizioni sono insoddisfacenti. La fiducia moderna deve essere costruita sulla trasparenza. Il cittadino deve poter conoscere le ragioni delle decisioni cliniche. Il medico deve poter spiegare l’incertezza. L’istituzione deve poter riconoscere gli errori. Il sistema deve imparare dagli eventi avversi.

La WHO, nel Global Patient Safety Action Plan, identifica proprio l’apprendimento dagli eventi e il coinvolgimento dei pazienti e delle famiglie tra gli elementi essenziali di una moderna cultura della sicurezza [10,11]. La fiducia non nasce quindi dall’assenza di errori, che è impossibile garantire. Nasce dalla capacità del sistema di riconoscere, analizzare e ridurre gli errori.

Considerazioni conclusive

La tragedia di Palermo rappresenta un evento che non dovrebbe essere utilizzato per alimentare una nuova contrapposizione ideologica. Essa deve invece essere interpretata come un’occasione per riaffermare alcuni principi fondamentali della medicina contemporanea.

Il primo è che la prevenzione vaccinale rappresenta una componente fondamentale della salute pubblica. La difterite non deve essere considerata una malattia “scomparsa” semplicemente perché è diventata rara nei Paesi ad alta copertura vaccinale. La persistenza del rischio, anche quando ridotto, giustifica il mantenimento di elevati livelli di copertura vaccinale e di sorveglianza epidemiologica [1,2,5].

Il secondo principio è che il diritto del minore alla protezione della salute deve occupare una posizione centrale nelle decisioni preventive. La libertà di scelta degli adulti non può essere separata dalla responsabilità di proteggere chi non dispone ancora della piena autonomia decisionale.

Il terzo principio riguarda la qualità diagnostica. Un eventuale errore deve essere ricercato con la stessa severità con cui si pretende la corretta applicazione delle raccomandazioni vaccinali. La valutazione deve essere scientifica, documentale, clinica e medico-legale.

Il quarto principio è metodologico: la diagnosi retrospettiva non deve essere confusa con la diagnosi possibile al momento della prima valutazione. L’hindsight bias costituisce un rischio concreto nella valutazione degli eventi avversi e deve essere contrastato attraverso una ricostruzione ex ante del processo decisionale [9].

Il quinto principio riguarda la sicurezza delle cure. La responsabilità individuale non deve cancellare la dimensione organizzativa. La moderna patient safety richiede di analizzare simultaneamente comportamento professionale, processi, comunicazione, organizzazione e sistema [10,11].

Il sesto principio è etico e civile: il dolore di una famiglia deve essere rispettato, ma non può sostituire l’accertamento della responsabilità professionale.

La definizione pubblica dei medici come “incompetenti”, prima della conclusione degli accertamenti, non costituisce un contributo alla ricerca della verità. La critica è legittima; la verifica è necessaria; l’accusa può essere doverosa quando fondata; la gogna non è uno strumento della medicina.

È dunque necessario superare definitivamente quella che, con un’espressione volutamente forte ma significativa, può essere definita la cultura del “tiro al piccione”: la tendenza a individuare immediatamente un professionista come bersaglio dell’indignazione collettiva ogni volta che si verifica un evento clinico drammatico.

Il medico eventualmente responsabile di un errore deve risponderne. Ma il medico semplicemente accusato deve essere tutelato fino alla conclusione degli accertamenti. Questa non è una posizione corporativa. È una posizione scientifica.

La stessa società che chiede prove rigorose prima di affermare che un vaccino provochi un determinato evento deve pretendere prove rigorose prima di affermare che un medico abbia provocato un determinato esito. La medicina scientifica non può adottare due diversi standard epistemologici: uno per valutare le proprie conoscenze e un altro per giudicare i propri professionisti.

Il principio deve essere unico: evidenza, metodo, proporzionalità e rispetto della persona. La prevenzione vaccinale e la sicurezza delle cure non sono quindi temi alternativi. La tutela del paziente e la tutela del medico non sono interessi contrapposti. La prima richiede che gli errori siano identificati. La seconda richiede che non vengano inventati.

La medicina contemporanea dovrebbe finalmente sostituire alla domanda “chi è il colpevole?”. Una domanda più complessa e più utile: che cosa è accaduto, perché è accaduto, quali evidenze abbiamo per stabilirlo e che cosa possiamo fare affinché non accada nuovamente? È questa la domanda propria della scienza. Ed è questa, più di ogni altra, la responsabilità di una società scientifica.

Bibliografia

  • World Health Organization. Diphtheria vaccines: WHO position paper – August 2017. Wkly Epidemiol Rec. 2017;92(31):417-436.
  • European Centre for Disease Prevention and Control. ECDC Vaccine Scheduler: Italy – diphtheria vaccination schedule. Stockholm: ECDC; 2026.
  • World Health Organization. Vaccines and immunization: vaccine safety. Geneva: WHO; 2025.
  • Agenzia Italiana del Farmaco. Vaccini: la vigilanza sui vaccini. Roma: AIFA; 2026.
  • Ministero della Salute. Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025. Roma: Ministero della Salute; 2023.
  • RaiNews. Bimba morta di difterite, genitori indagati per omicidio colposo: non avrebbero vaccinato la figlia. 22 agosto 2026.
  • World Health Organization. Immunization Agenda 2030: a global strategy to leave no one behind. Geneva: WHO; 2020.
  • World Health Organization. Clinical management of diphtheria: guideline. Geneva: WHO; 2024. WHO reference WHO/DIPH/Clinical/2024.1.
  • National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine; Balogh EP, Miller BT, Ball JR, editors. Improving Diagnosis in Health Care. Washington, DC: National Academies Press; 2015.
  • World Health Organization. Global Patient Safety Action Plan 2021-2030: towards eliminating avoidable harm in health care. Geneva: WHO; 2021.
  • World Health Organization. Patient safety. Geneva: WHO; updated 2026.
  • RaiNews. La madre della bimba morta a Palermo per difterite: “Medici incompetenti”. 22 agosto 2026.
  • World Health Organization. Global Patient Safety Report 2024. Geneva: WHO; 2024.

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