Il Cantone Vallese fa dietrofront sulle spese del ricovero dei ragazzi feriti. Meloni e Tajani respingono l’ipotesi di rimborso
Il caso Crans-Montana torna al centro della ribalta mediatica con un nuovo colpo di scena che rischia di irrigidire ancora i rapporti tra Roma e Berna. Secondo la ricostruzione diffusa da più testate, il Cantone Vallese non sarebbe più in grado di accollarsi le spese sanitarie sostenute dall’Ospedale di Sion per i giovani feriti nell’incendio del locale Le Constellation, per un importo complessivo che viene stimato attorno ai 100 mila franchi, cioè circa 108 mila euro. In alcune ricostruzioni i pazienti coinvolti risultano essere tre, in altre quattro: il punto fermo, al momento, è il nuovo contenzioso sulla ripartizione dei costi.
La reazione politica italiana è stata immediata. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’ipotesi di rimborso una richiesta “ignobile” e ha annunciato che l’Italia la respingerà, mentre il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che “l’Italia non pagherà”. La linea di Palazzo Chigi e della Farnesina, dunque, è di netto rifiuto rispetto a qualunque addebito a carico dello Stato italiano.
Il ministro commenta: “Mi pare che sia ovvio che non paghiamo. La responsabilità è soltanto di chi gestiva il locale e di chi non ha fatto fare i controlli. Quindi non c’è alcuna responsabilità italiana e credo che debbano pagare gli svizzeri”.
Sul piano istituzionale, il Ministero degli Esteri aveva già formalizzato nelle scorse settimane il rientro in Svizzera dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, dopo l’incontro a Palazzo Chigi tra il Governo e i familiari delle vittime e dei feriti di Crans-Montana. Quel passaggio, riportato in un comunicato ufficiale della Farnesina, conferma che la vicenda è seguita da vicino dalla diplomazia italiana e che il dossier è considerato ad alta sensibilità politica e umana.
Dal lato svizzero, l’Ufficio federale della sanità pubblica (FOPH/BAG) ha spiegato che sta fornendo supporto soprattutto per chiarire l’assunzione dei costi del trattamento ospedaliero e le questioni legate all’assicurazione malattia e infortuni, in dialogo con i servizi cantonali per le vittime, i cantoni, gli ospedali e gli altri attori coinvolti. Questo è un punto chiave, perché mostra che la partita non riguarda solo la diplomazia, ma anche la corretta attribuzione delle competenze tra sanità, assicurazioni e autorità territoriali.
La vicenda si inserisce in un quadro già pesante sul fronte della tragedia di inizio anno. Reuters ha ricordato che, dopo l’incendio di Capodanno a Crans-Montana, la Svizzera ha approvato un contributo di solidarietà una tantum di 50 mila franchi per vittima e per i familiari, misura pensata per sostenere coloro che sono stati colpiti dal disastro e per alleggerire almeno in parte l’impatto economico dell’emergenza. Il caso delle fatture ai ragazzi italiani, quindi, si sovrappone a un contesto in cui il tema del sostegno pubblico alle vittime era già entrato nell’agenda politica elvetica.
Un altro elemento che alimenta la tensione è il richiamo italiano al principio di reciprocità.
Nell’interlocuzione con il presidente del Vallese Mathias Reynard, l’ambasciatore italiano a Berna Gian Lorenzo Cornado ha fatto presente che l’Italia si è fatta carico della cura di due cittadini svizzeri al Niguarda di Milano, uno per settimane e l’altro per mesi, oltre ad aver mobilitato la protezione civile della Valle d’Aosta con un elicottero nelle prime ore dopo la tragedia. Su questo sfondo, il governo italiano ritiene che non ci siano basi politiche né morali per un rimborso chiesto alle famiglie o allo Stato.
L’ambasciatore italiano, deluso dopo l’incontro con il presidente del Canton Vallese Mathias Reynard, commenta così al Corriere: “La prima sensazione è stata di sorpresa. Poi di sgomento per una spiegazione che mi è sembrata solidale fino a un certo punto. Credo che poi sulle richieste di rimborsi delle cure per gli italiani feriti abbia preso il sopravvento la burocrazia. Gli ho riconosciuto di aver disposto i fondi per i primi aiuti alle vittime, ma ha detto che non può accollarsi i costi di ricoveri e cure per un giorno a Sion, e di rivolgermi all’Ufficio federale della salute. Sono rimasto basito. Di fronte a situazioni eccezionali servono misure eccezionali. E ci attendiamo reciprocità: due svizzeri sono stati curati gratis al Niguarda per mesi”.
Per il momento, dunque, la vicenda resta aperta e il capitolo più delicato è quello della formalizzazione dell’eventuale richiesta svizzera. Se il dossier dovesse trasformarsi in un vero confronto diplomatico e amministrativo, l’asse resterà quello tra Ministero degli Esteri, autorità cantonali e uffici sanitari competenti.
Redazione NurseTimes
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