Dieci medici dell’Asl Roma 1 sono indagati per aver impedito l’accesso al suicidio assistito alla scrittrice e regista Sibilla Barbieri, che in quanto paziente oncologica terminale ne aveva fatto richiesta, basandosi sulla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale (caso Cappato-Antoniani). Nell’ottobre del 2023 era andata in Svizzera per porre fine alla propria vita, proprio perché non era riuscita a farlo in Italia. Aveva 58 anni.
È la prima volta che succede in Italia: finora i procedimenti penali di questo tipo erano stati avviati in maniera generica contro le aziende sanitarie, con indagini contro ignoti che si erano concluse con l’archiviazione. In questo caso le indagini hanno invece portato a formulare accuse precise contro i medici coinvolti nel caso.
Mercoledì 16 dicembre è in programma l’udienza davanti alla gip del Tribunale di Roma, Marisa Mosetti, per decidere se i medici dovranno essere rinviati a giudizio o meno. Le ipotesi di reato contestate sono rifiuto e omissione di atti d’ufficio, violenza privata e tortura. L’Asl Roma 1 aveva negato l’accesso al fine vita, sostenendo che Barbieri non fosse tenuta in vita da “trattamenti di sostegno vitale”, uno dei requisiti per accedere alla pratica.
In particolare, non era tenuta in vita da ventilatori o respiratori meccanici, ma era sottoposta a trattamenti farmacologici. Quando è andata in Svizzera le erano state messe già da tempo le cannule nasali per l’ossigeno. Era malata da dieci anni e si era sottoposta a tutte le cure disponibili per il suo tumore, anche all’estero. In un videomessaggio aveva detto che moltissimi malati oncologici terminali non sono attaccati a respiratori o ventilatori, aggiungendo che la decisione dell’Asl Roma 1 era “discriminatoria” e che aveva deciso di andare in Svizzera perché era “al limite”.
Le tappe della vicenda giudiziaria
A seguito dell’autodenuncia da parte di Marco Perduca, Vittorio Parpaglioni e Marco Cappato nel novembre 2023, i familiari di Sibilla Barbieri avevano presentato una denuncia nei confronti della Asl Roma 1 per aver omesso e rifiutato alcuni atti del loro ufficio (rivalutazione delle condizioni sensibilmente peggiorate) e per averla dunque costretta a subire un trattamento che non avrebbe voluto (morire all’estero).
A distanza di quasi due anni dalla denuncia il pm aveva depositato una richiesta di archiviazione, a cui i familiari, assistiti dalle avvocate Filomena Gallo e Francesca Re, rispettivamente segretaria nazionale e consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni, si erano opposte. L’opposizione contesta di aver negato a Barbieri, nonostante la produzione di certificati medici che attestavano il peggioramento, una rivalutazione immediata, vista la terminalità delle sue condizioni.
“Il punto è semplice: quando una persona malata chiede l’accesso al suicidio medicalmente assistito, il Servizio sanitario nazionale deve verificare le sue condizioni in modo completo e tempestivo – ha dichiarato Filomena Gallo -. Se quelle condizioni peggiorano, come accadde a Sibilla, la verifica deve essere aggiornata. I diritti riconosciuti dalla Corte Costituzionale non possono essere svuotati da omissioni, ritardi o interpretazioni restrittive”.
A sua volta Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha ricordato: “Sibilla aveva chiesto di poter esercitare una libertà riconosciuta dalla Corte Costituzionale. Non ha ricevuto una nuova verifica quando le sue condizioni sono peggiorate ed è stata costretta ad andare in Svizzera. Continueremo a batterci affinché situazioni simili non debbano più accadere”.
Redazione Nurse Times
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