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Infermieri, 32 anni dopo il Dm 739/1994: autonomia ancora svalutata

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Dal profilo professionale all’Ordine e all’infermiere di famiglia: più competenze e responsabilità, ma stipendi e carriere restano indietro.

Il 14 settembre 1994 rappresenta una delle date più importanti nella storia dell’infermieristica italiana. Quel giorno veniva firmato il Decreto ministeriale n. 739, provvedimento destinato a cambiare radicalmente l’identità professionale dell’infermiere.

Sono trascorsi 32 anni. E la domanda, oggi, non può essere soltanto celebrativa: quanto di quella rivoluzione professionale è stato realmente tradotto in riconoscimento economico, organizzativo e sociale? La risposta appare decisamente meno entusiasmante della storia normativa.

Perché, se dal 1994 a oggi l’infermiere italiano è diventato un professionista laureato, autonomo, responsabile dell’assistenza, sottoposto a precisi obblighi deontologici e professionali, chiamato a gestire pazienti sempre più complessi, la sua valorizzazione economica e di carriera non sembra essere cresciuta con la stessa velocità.

14 settembre 1994: l’infermiere diventa responsabile dell’assistenza

Il Dm 739/1994, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 gennaio 1995 ed entrato in vigore il successivo 24 gennaio, individuò finalmente in modo chiaro la figura professionale dell’infermiere. Il principio fondamentale era rivoluzionario per l’epoca: l’infermiere è responsabile dell’assistenza generale infermieristica. Non più soltanto una figura chiamata a eseguire compiti definiti da altri, ma un professionista capace di identificare i bisogni di assistenza, formulare obiettivi, pianificare, gestire e valutare l’intervento infermieristico.

Il decreto individuava inoltre già allora cinque importanti aree di formazione post-base: sanità pubblica, pediatria, salute mentale e psichiatria, geriatria e area critica. La stessa Fnopi definisce il Dm 739 una “pietra miliare” della professionalizzazione infermieristica e descrive il modello nato nel 1994 come quello di un professionista competente, autonomo e responsabile. Era l’inizio di una trasformazione che negli anni successivi sarebbe diventata ancora più profonda.

Dal mansionario all’autonomia professionale

Cinque anni dopo arrivò un altro passaggio fondamentale. Con la Legge 42/1999 scomparve dalla normativa la vecchia definizione di “professione sanitaria ausiliaria” e il campo di attività e responsabilità delle professioni sanitarie venne ridefinito sulla base del profilo professionale, della formazione ricevuta e del codice deontologico. Fu il definitivo superamento della logica del vecchio mansionario.

Nel 2000 la Legge 251 compì un ulteriore passo, riconoscendo alle professioni infermieristiche autonomia professionale e attribuendo loro un ruolo diretto nella prevenzione, cura, salvaguardia della salute individuale e collettiva. La stessa normativa indicava tra gli obiettivi dello Stato e delle Regioni la valorizzazione e la responsabilizzazione delle funzioni infermieristiche.

Una parola merita di essere sottolineata ancora oggi: valorizzazione. Perché proprio su questo terreno, a distanza di oltre vent’anni, rimane aperta una delle questioni più evidenti.

Università, specializzazione, coordinamento e dirigenza

Nel frattempo la formazione infermieristica è entrata definitivamente nell’università. Sono arrivati laurea, laurea magistrale, master, dottorati di ricerca, formazione specialistica, incarichi di funzione, coordinamento e dirigenza. La Legge 43/2006 ha ulteriormente strutturato il sistema delle professioni sanitarie e i diversi livelli di sviluppo professionale.

Nel 2018 un’altra svolta simbolica e istituzionale: con la Legge 3/2018 i collegi Ipasvi sono diventati Ordini delle professioni infermieristiche e la Federazione nazionale è diventata Fnopi. Gli Ordini non sono più semplicemente enti ausiliari, ma enti sussidiari dello Stato.

Il Codice deontologico approvato nel 2025 descrive oggi l’infermiere come un professionista sanitario che agisce in maniera “proattiva, consapevole e autonoma” nell’ambito delle proprie responsabilità sui percorsi e processi di cura. Difficile immaginare una distanza maggiore rispetto all’immagine dell’infermiere meramente esecutore del passato.

Eppure gli stipendi raccontano un’altra storia

Ed è qui che emerge il grande paradosso italiano. Alla crescita delle competenze non è corrisposta una crescita proporzionata del valore attribuito a quelle competenze.

I dati internazionali sono difficili da ignorare. Secondo Health at a Glance 2025 dell’Ocse, nella media dei Paesi Ocse gli infermieri ospedalieri percepiscono una retribuzione superiore di circa il 20% rispetto al salario medio dei lavoratori del proprio Paese. L’Italia figura invece tra le eccezioni in cui gli infermieri guadagnano meno del salario medio nazionale.

Non è soltanto una questione sindacale. È un problema di politica sanitaria. Perché non si può chiedere a un professionista di assumere responsabilità clinico-assistenziali sempre maggiori, conseguire una laurea, aggiornarsi continuamente, affrontare turni notturni e festivi, aggressioni, responsabilità professionali e carichi assistenziali elevati e poi continuare a considerare la retribuzione quasi come un problema secondario.

I dati AlmaLaurea relativi al 2025 mostrano un’altra contraddizione: i laureati dell’area infermieristica raggiungono un tasso di occupazione dell’89,1% a un anno dalla laurea, con appena 2,4 mesi medi per trovare il primo impiego. Eppure la retribuzione netta mensile media dichiarata dai giovani professionisti è di circa 1.745 euro. Il lavoro dunque c’è. Il bisogno di infermieri è enorme. Ma questo non significa automaticamente che la professione sia sufficientemente attrattiva.

Pochi infermieri per un Paese che invecchia

Anche il confronto internazionale sulla dotazione di personale dovrebbe far riflettere le istituzioni. L’Ocse rileva per l’Italia 6,9 infermieri praticanti ogni 1.000 abitanti, rispetto a una media Ocse di 9,2. Allo stesso tempo il nostro Paese dispone di 5,4 medici ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 3,9.

Il Country Health Profile 2025 evidenzia inoltre come la densità infermieristica italiana sia oltre il 20% sotto la media dell’Unione Europea e individua proprio nella carenza di infermieri uno degli ostacoli strutturali allo sviluppo di un’assistenza realmente integrata. Eppure proprio agli infermieri viene chiesto di essere protagonisti della sanità territoriale del futuro.

Il Dm 77/2022 individua, per esempio, lo standard di un infermiere di famiglia o Comunità ogni 3mila abitanti, collocandolo tra le figure fondamentali dell’assistenza distrettuale e delle Case della Comunità. Ancora una volta: più responsabilità, più funzioni, più aspettative. Ma la valorizzazione?

464mila iscritti, ma il problema dell’attrattività resta

Al 30 giugno 2026 gli iscritti all’Albo Fnopi sono 464.193, in aumento di 2.880 unità rispetto all’anno precedente. Un segnale positivo, accompagnato anche dalla crescita degli under 30. Il dato degli iscritti, tuttavia, comprende professionisti del pubblico, del privato, liberi professionisti e anche persone che non esercitano attivamente.

Non basta quindi guardare al numero complessivo dell’Albo per dichiarare risolto il problema. La questione vera è un’altra: quanti infermieri servono realmente al Ssn e quali condizioni siamo disposti a offrire loro per convincerli a restare?

Dal 1994 al 2026: cosa è cambiato davvero?
19942026
Profilo professionaleProfessionista sanitario pienamente autonomo
Diploma universitarioLaurea, magistrale, master e dottorato
Prime aree specialisticheCompetenze avanzate e percorsi specialistici
Responsabilità dell’assistenzaResponsabilità clinico-assistenziale sempre maggiore
Professione ancora legata a vecchi stereotipiOrdine professionale e codice deontologico evoluto
Assistenza soprattutto ospedalieraOspedale, territorio, domicilio, telemedicina e cronicità
Prime aperture verso l’autonomiaInfermiere di famiglia e comunità, ricerca, management e dirigenza

C’è però una casella che, dopo 32 anni, rimane drammaticamente più difficile da riempire: il riconoscimento economico e professionale proporzionato alle responsabilità assunte.

Non servono più celebrazioni: servono scelte politiche

Il 14 settembre non dovrebbe quindi essere soltanto l’anniversario di un decreto. Dovrebbe diventare ogni anno l’occasione per chiedere conto alle istituzioni di ciò che è stato realizzato. Il Parlamento e i Governi che si sono succeduti hanno riconosciuto agli infermieri autonomia, responsabilità, formazione universitaria, competenze specialistiche e un Ordine professionale. Ora occorre avere il coraggio di completare quel percorso.

Servono retribuzioni realmente competitive con quelle europee, percorsi di carriera clinica riconoscibili, valorizzazione delle competenze specialistiche e avanzate, maggiore accesso alla ricerca e alla dirigenza, sviluppo reale dell’infermiere di famiglia e comunità, dotazioni organiche coerenti con i bisogni assistenziali.

Non basta continuare a definire gli infermieri “colonna portante del Servizio sanitario nazionale” nelle dichiarazioni pubbliche, se poi, quando si approvano bilanci, contratti, modelli organizzativi e piani di assunzione, quella centralità non trova la stessa traduzione concreta.

Trentadue anni dopo, la sfida è ancora la stessa: riconoscere il valore

Il Dm 739 del 14 settembre 1994 contribuì a liberare l’infermiere dal ruolo di mero esecutore. Le leggi successive ne hanno consolidato autonomia, formazione, responsabilità e dignità professionale. Ma nel 2026 rimane un ultimo, enorme passaggio da compiere: trasformare il riconoscimento giuridico in riconoscimento sostanziale.

Perché autonomia senza possibilità di carriera, responsabilità senza adeguata retribuzione e aumento delle competenze senza valorizzazione rischiano di diventare soltanto parole scritte nelle norme. Gli infermieri italiani non chiedono privilegi. Chiedono che il valore economico, professionale e organizzativo attribuito al loro lavoro sia finalmente coerente con il valore che lo Stato stesso, da 32 anni, riconosce loro sulla carta.

Ed è forse proprio questo il messaggio più importante del 14 settembre 2026: il profilo professionale dell’infermiere non deve essere riscritto. Deve essere finalmente applicato fino in fondo.

Redazione Nurse Times

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