Nursing Up richiama l’attenzione sulla violenza fisica e verbale subita dagli infermieri e sull’enorme quota che non arriva alle rilevazioni ufficiali. La denuncia è necessaria, ma la stima sul primo semestre 2026 non deriva dal conteggio degli eventi: è una proiezione. Per governare davvero il fenomeno servono dati omogenei, responsabilità aziendali e prevenzione organizzativa.
Quasi 49mila infermieri coinvolti in episodi di violenza nei primi sei mesi del 2026: 260 al giorno, più di 11 ogni ora. Sono numeri costruiti per scuotere l’opinione pubblica. E ci riescono. Il problema è che non rappresentano aggressioni materialmente registrate tra gennaio e giugno. Sono il risultato di una proiezione elaborata da Nursing Up: la percentuale del 33% attribuita allo studio CEASE-IT è stata applicata ai 297.983 infermieri del Servizio sanitario nazionale, ottenendo una stima annuale di 98.334 professionisti. Il valore è stato poi riproporzionato sui primi 181 giorni dell’anno.
La distinzione non riduce la gravità del fenomeno. Riduce il rischio di raccontarlo male. Una percentuale annuale non può essere automaticamente dimezzata per stabilire quante persone abbiano subito violenza in sei mesi. L’operazione presuppone che gli episodi siano distribuiti uniformemente durante l’anno e non chiarisce se uno stesso professionista possa essere coinvolto più volte. Soprattutto, trasforma una stima derivata da una ricerca precedente in un dato apparentemente riferito al 2026.
La violenza contro gli operatori sanitari è troppo seria per aver bisogno di numeri presentati come più precisi di quanto siano realmente. Questo non significa assolvere il sistema. Al contrario, la necessità di ricorrere a proiezioni così ampie dimostra quanto sia ancora debole la capacità delle istituzioni di conoscere il fenomeno. Studi scientifici, segnalazioni aziendali, denunce, infortuni riconosciuti dall’Inail e accessi ai servizi di emergenza osservano aspetti diversi. Confrontarli senza dichiararne limiti e denominatori produce cifre suggestive, ma difficilmente utilizzabili per governare il rischio.
Il sommerso esiste. Molti professionisti non segnalano perché considerano l’aggressione una componente inevitabile del lavoro, temono di non essere sostenuti oppure ritengono la procedura inutile e complicata. Altri episodi vengono gestiti informalmente nell’unità operativa e non raggiungono mai i sistemi aziendali. In alcuni contesti manca persino una restituzione: il lavoratore segnala, compila il modulo e poi non sa più che cosa sia accaduto.
La segnalazione diventa così l’ennesimo adempimento prodotto da chi ha subito l’evento, mentre l’organizzazione continua a funzionare esattamente come prima. La risposta politica si concentra frequentemente sull’inasprimento delle conseguenze penali, sulla presenza delle forze dell’ordine e sulle dichiarazioni di solidarietà. Sono interventi che possono avere utilità, soprattutto nelle situazioni più gravi. Ma nessuna norma può sostituire l’analisi delle cause organizzative.
Le aggressioni non nascono tutte allo stesso modo. Possono essere favorite da attese prolungate, comunicazioni insufficienti, sovraffollamento, percorsi poco comprensibili, carenza di personale, ambienti privi di vie di uscita sicure, assenza di mediazione, gestione inadeguata delle situazioni a rischio e mancata condivisione delle informazioni. Non sono giustificazioni per chi aggredisce. Sono fattori sui quali un’azienda sanitaria ha il dovere di intervenire.
Limitarsi a invitare gli operatori a segnalare, mantenere la calma e frequentare un corso significa trasferire ancora una volta la responsabilità sul singolo. Il professionista dovrebbe assistere, comunicare, contenere il conflitto, riconoscere il rischio, proteggersi e infine documentare ciò che è successo. L’organizzazione, nel frattempo, può continuare a pubblicare manifesti contro la violenza.
Anche la prevenzione, evidentemente, ama la comunicazione istituzionale. Occorre invece integrare il rischio da aggressione nella gestione ordinaria della sicurezza sul lavoro e del rischio clinico. Ogni azienda dovrebbe conoscere dove avvengono gli episodi, in quali fasce orarie, con quali tempi d’attesa, in presenza di quali condizioni organizzative e con quali conseguenze per operatori e servizi. Dovrebbe distinguere tra violenza verbale, minaccia e aggressione fisica, registrando anche gli eventi ripetuti e i reparti maggiormente esposti.
Pronto soccorso, servizi psichiatrici, emergenza territoriale, continuità assistenziale e assistenza domiciliare non possono essere governati con una procedura identica depositata in una cartella aziendale. Servono valutazioni specifiche, dispositivi di allerta realmente funzionanti, ambienti progettati in modo sicuro, presenza adeguata di personale, percorsi rapidi di supporto e una revisione multiprofessionale degli eventi. Servono inoltre coordinatori e dirigenti capaci di trasformare le segnalazioni in correzioni organizzative, non soltanto in statistiche da presentare a fine anno.
Gli indicatori utili non sono esclusivamente il numero complessivo delle aggressioni. Bisogna misurare la percentuale di episodi analizzati, il tempo necessario per attivare il sostegno al lavoratore, gli interventi correttivi realizzati, le recidive nello stesso servizio, le assenze conseguenti e la percezione di sicurezza del personale.
Altrimenti l’aumento delle segnalazioni potrebbe essere interpretato come un peggioramento, quando potrebbe indicare finalmente maggiore fiducia nel sistema. E una loro diminuzione potrebbe essere celebrata come successo, anche quando i professionisti hanno semplicemente smesso di compilare moduli destinati a non produrre conseguenze.
La denuncia di Nursing Up coglie dunque una questione essenziale: ciò che emerge dalle rilevazioni ufficiali potrebbe rappresentare soltanto una parte del fenomeno. Ma proprio perché il sommerso è ampio, occorre evitare che una stima venga trasformata in un censimento.
La battaglia contro le aggressioni non si vince scegliendo il numero più impressionante. Si vince costruendo un sistema nazionale omogeneo, rendendo semplice la segnalazione, proteggendo chi segnala e obbligando le aziende a dimostrare quali interventi abbiano adottato. Perché contare gli infermieri aggrediti serve. Ma ancora più importante è contare quante organizzazioni abbiano imparato qualcosa dopo ogni aggressione.
Guido Gabriele Antonio
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