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Colesterolo, non esiste un valore unico per tutti: le nuove linee guida ACC e AHA

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Colesterolo LDL, alcuni vaccini lo riducono indipendentemente dalle statine
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Le nuove linee guida sulla gestione della dislipidemia pubblicate nel 2026 dall’American College of Cardiology (ACC) e dall’American Heart Association (AHA) stabiliscono che non esiste un valore unico di colesterolo “giusto” per tutti. Il livello ideale, infatti, dipende dal rischio cardiovascolare di ciascuna persona.

Si tratta di un aggiornamento significativo, poiché prevede che un valore considerato accettabile per un adulto sano potrebbe essere ancora troppo alto per chi ha già avuto un infarto, un ictus oppure soffre di diabete o di altre patologie che aumentano il rischio cardiovascolare.

La novità più importante riguarda chi è considerato ad altissimo rischio. In questi pazienti il colesterolo LDL, il cosiddetto “colesterolo cattivo”, dovrebbe scendere sotto i 55 mg/dL. Secondo gli esperti, il problema non è solo avere il colesterolo alto, ma per quanto tempo le arterie rimangono esposte alle lipoproteine che favoriscono la formazione delle placche aterosclerotiche. Più lunga è tale esposizione, maggiore è il rischio di infarto, ictus e altre malattie cardiovascolari. Per questo oggi si punta a intervenire molto prima rispetto al passato, senza aspettare che compaiano i primi sintomi.

Una raccomandazione molto importante è quella riguardante la misurazione della lipoproteina(a), conosciuta anche come Lp(a) almeno una volta nella vita. Molte persone, senza saperlo, hanno valori elevati per motivi genetici. Questa particella può aumentare il rischio cardiovascolare anche quando il colesterolo LDL appare nella norma. Individuarla permette al medico di personalizzare meglio la prevenzione e, se necessario, controllare con maggiore attenzione tutti gli altri fattori di rischio.

Le nuove linee guida ACC e AHA anticipano inoltre l’età della prevenzione, consigliando di controllare il profilo lipidico nei bambini tra i 9 e gli 11 anni. Ciò soprattutto al fine di identificare precocemente l’ipercolesterolemia familiare, una malattia ereditaria che mantiene il colesterolo molto alto fin dall’infanzia. Scoprirla presto significa poter intervenire prima che il danno alle arterie si accumuli nel corso degli anni.

Quanto cambia davvero questo nuovo approccio lo dimostra uno studio pubblicato su JAMA. Applicando le nuove linee guida alla popolazione americana, i ricercatori hanno calcolato che circa un adulto su tre presenta livelli di colesterolo superiori ai nuovi obiettivi raccomandati, pur non avendo mai avuto un infarto o un ictus. La situazione è ancora più critica tra chi ha già una malattia cardiovascolare: quasi quattro persone su cinque non raggiungono i nuovi target.

Lo studio evidenzia anche un’altra criticità: tra gli adulti che potrebbero beneficiare di una terapia per abbassare il colesterolo, circa tre su quattro non assumono alcun farmaco.

La ricerca sta inoltre dando sempre più importanza all’apolipoproteina B (ApoB). A differenza del tradizionale LDL, questo esame misura il numero delle particelle che possono penetrare nella parete delle arterie e favorire l’aterosclerosi. In alcune persone i valori del colesterolo LDL possono sembrare soddisfacenti, mentre il numero di particelle dannose rimane elevato. Per questo l’ApoB può aiutare il medico a capire meglio il rischio reale, soprattutto nei pazienti con diabete, trigliceridi alti o situazioni cliniche più complesse.

Anche le cure continuano a evolversi. A luglio 2026 la statunitense Food and Drug Administration (Fda) ha approvato Lipfendra (enlicitide), il primo farmaco orale della classe degli inibitori di PCSK9. Negli studi clinici, assunto insieme alle terapie già disponibili, ha ridotto il colesterolo LDL di oltre il 50%. Si tratta di una nuova opportunità soprattutto per i pazienti che, nonostante dieta, attività fisica e farmaci tradizionali, non riescono ancora a raggiungere gli obiettivi raccomandati.

Redazione Nurse Times

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