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Aggressioni ai sanitari: +51% di segnalazioni in 3 anni all’Asl Roma 6. Il presidio di polizia non basta più

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Aggressioni al personale sanitario: fenomeno in aumento
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All’Ospedale dei Castelli di Ariccia l’Azienda chiede di allungare l’orario del posto di polizia in Pronto soccorso e prepara un protocollo con le forze dell’ordine. Il dato locale ricalca quello nazionale: nel 2025 oltre 23mila operatori coinvolti, e più di un episodio su due riguarda un infermiere.

Il numero è stato presentato venerdì 23 ottobre all’Ospedale dei Castelli di Ariccia, durante un convegno sulla prevenzione delle aggressioni organizzato dal Servizio di prevenzione e protezione dell’Asl Roma 6. Negli ultimi tre anni le segnalazioni di aggressioni al personale dell’Azienda sono cresciute del 51%. I valori assoluti non sono stati resi noti.

Una precisazione serve subito. Si parla di segnalazioni, non di episodi. Una crescita può dipendere anche da una maggiore abitudine a denunciare, come avverte anche la Relazione dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie. Per chi lavora al triage, però, la distinzione statistica consola poco.

Il direttore generale Giovanni Profico ha definito la sicurezza degli operatori “una priorità assoluta”. Sul piano concreto l’Asl Roma 6 ha chiesto di estendere l’orario del posto di polizia del pronto soccorso e sta discutendo con tutte le forze dell’ordine un protocollo operativo comune. Il convegno ha affrontato valutazione del rischio, tecniche di de-escalation e riconoscimento precoce dei segnali di allarme, con un tavolo finale insieme ai sindacati.

Non solo pronto soccorso

Le situazioni più critiche indicate dall’azienda sono quelle del pronto soccorso, soprattutto di notte. Ma l’elenco comprende anche i centri di salute mentale, l’assistenza domiciliare e gli altri servizi territoriali. Profico lo ha collegato a un cambiamento strutturale: cresce l’assistenza sul territorio, e la protezione deve seguire gli operatori ovunque lavorino.

Qui c’è un problema pratico. Le misure classiche, come videosorveglianza, vigilanza e metal detector, sono pensate per un edificio. L’infermiere dell’assistenza domiciliare che entra in un’abitazione, o quello che chiude da solo l’ambulatorio di una casa della comunità, non ha un posto di polizia a dieci metri.

La Raccomandazione ministeriale n. 8, aggiornata, prevede procedure per le visite a domicilio e per il lavoro isolato, oltre alla reperibilità notturna in coppia nelle situazioni ad alto rischio. Sulla carta funziona. Nella pratica la coppia di notte si fa con due persone, e in molti servizi la seconda non c’è.

I numeri nazionali

La relazione dell’Osservatorio nazionale (Onseps) sull’attività 2025, diffusa dal ministero della Salute a marzo, conta quasi 18mila episodi segnalati e 23.367 operatori coinvolti: un singolo episodio può colpire più persone. Nel 2024 le segnalazioni erano state 18.392, con circa 22mila aggrediti. Gli episodi sono quindi stabili o in lieve calo, le persone coinvolte in aumento.

Il profilo è noto e non migliora. Gli infermieri rappresentano il 55% delle vittime, i medici il 16%, gli operatori socio-sanitari l’11%. Le donne sono il 60%. Le aggressioni verbali pesano per il 69%, quelle fisiche per il 25%, quelle contro i beni per il 6%. I luoghi più esposti sono pronto soccorso, servizi psichiatrici di diagnosi e cura e reparti di degenza. Gli aggressori sono soprattutto pazienti, poi familiari e caregiver.

Che più di un’aggressione su due colpisca un infermiere non sorprende chi conosce i reparti. Al triage, in sala d’attesa, al letto del paziente agitato, il primo volto che si incontra è il suo.

Le forze dell’ordine che mancano

A giugno un’indagine di Nursing Up ha stimato circa 620 tra pronto soccorso e Dea e oltre 300 Spdc, a fronte di circa 195 posti di polizia ospedalieri. Secondo il sindacato, le scoperture nelle notti e nei fine settimana vanno dal 65% circa al Nord fino all’85% al Sud e nelle isole. Sono stime di parte, non dati ufficiali, ma danno l’ordine di grandezza.

In questo quadro la richiesta di Ariccia è comprensibile. Estenderla a tutti i pronto soccorso italiani è un altro discorso, che riguarda gli organici delle forze di polizia prima ancora di quelli sanitari.

Sul piano penale il legislatore è già intervenuto. Il Decreto-legge 34 del 2023 ha portato la reclusione per le lesioni da due a cinque anni. Il Decreto 137 del 2024 ha introdotto l’arresto obbligatorio in flagranza, anche differita, e pene più dure per chi danneggia beni sanitari. Il Governo rivendica la stretta. I sindacati chiedono soprattutto personale, vigilanza e procedure di denuncia più rapide. I dati del 2025 non mostrano ancora un’inversione di tendenza.

Cosa può fare chi coordina

Nell’attesa di soluzioni nazionali, una parte del lavoro passa dalle unità operative. Alcune azioni sono alla portata di un coordinatore:

  • incoraggiare la segnalazione di ogni episodio, anche verbale: senza dati non arrivano misure;
  • mappare turni e postazioni a rischio (notte, triage, domicilio, salute mentale) e portarli al gruppo di lavoro aziendale previsto dalla Raccomandazione n. 8;
  • chiedere formazione sulla de-escalation in orario di servizio e un supporto psicologico tempestivo dopo ogni episodio;
  • evitare il lavoro isolato nelle fasce critiche, quando l’organico lo consente.

Anche i contratti iniziano a occuparsene. La preintesa dell’Area Sanità 2025-2027, firmata il 7 ottobre per la dirigenza, obbliga le aziende a farsi carico della tutela legale in tutti i gradi di giudizio e del supporto psicologico, e consente al dirigente aggredito di usare fino a 30 giorni di ferie e riposi solidali.

È un precedente utile anche per la contrattazione aziendale del comparto. Un presidio di polizia in più aiuta. Ma la sicurezza in corsia comincia dal secondo infermiere in turno.

Antonio Leuci

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