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Ventimila domande per mille posti da Oss, ma il vero concorso era un altro

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Qualche giorno fa ho accompagnato un familiare al concorso regionale per Operatore Socio-Sanitario che si è svolto a Foggia.

Più di ventimila domande per appena mille posti disponibili. Mentre osservavo quella fiumana di persone arrivare da tutta la Puglia, e persino da altre regioni del Mezzogiorno, continuavo a chiedermi una cosa: cosa spinge ventimila persone a partecipare a una selezione in cui, statisticamente, più di ventuno su ventidue torneranno a casa senza quel posto di lavoro? La risposta più immediata sarebbe dire la speranza. Ma credo che, prima ancora della speranza, ci sia la disperazione.

Perché chi lavora nella sanità privata conosce bene cosa significhi convivere con stipendi spesso insufficienti, carichi di lavoro sempre più pesanti, prospettive di crescita limitate e una continua sensazione di precarietà.

Il posto pubblico, allora, non rappresenta semplicemente un contratto. Diventa una possibilità di costruire una vita diversa. E quando una persona non vede alternative, anche una probabilità minima diventa qualcosa a cui aggrapparsi. È questo che ho visto a Foggia. Non ventimila candidati. Ho visto ventimila persone che cercavano un’occasione.

Tra tutte, però, una storia mi è rimasta impressa più delle altre. Una mamma era arrivata con le sue due figlie, di dodici e tredici anni. Mi ha detto una frase che non riesco a togliermi dalla testa: «Io ho bisogno di superare questo concorso per dare un futuro migliore ai miei figli». In quel momento ho capito che quel concorso non riguardava soltanto un posto da OSS. Riguardava una famiglia. Riguardava la possibilità di pagare un mutuo, di affrontare una spesa imprevista, di vivere con un po’ meno paura del domani. Dietro ogni candidato non c’era un numero di protocollo. C’era una storia.

Ed è qui che nasce la domanda più scomoda.

Perché una madre deve affidare il futuro dei propri figli a un concorso in cui ha una possibilità su ventidue di riuscire? Perché il lavoro nella sanità privata continua così spesso a essere percepito come un ripiego anziché come un’opportunità dignitosa? Forse il problema non è che esistano i concorsi pubblici. Il problema è che sono diventati l’unico approdo capace di offrire, almeno nell’immaginario collettivo, stabilità, tutele e prospettive economiche accettabili.

Ogni volta che viene annunciato un nuovo concorso si parla di una vittoria della politica. Io credo che la vera vittoria sarebbe un’altra. Sarebbe costruire un sistema in cui un professionista sanitario possa lavorare con dignità indipendentemente dal fatto che indossi il cartellino di un ospedale pubblico o di una struttura privata. Stessi diritti, stesse opportunità di crescita, retribuzioni adeguate e condizioni di lavoro rispettose della persona. Quel giorno ventimila persone non sarebbero più costrette a giocarsi il proprio futuro in una lotteria. E forse la speranza smetterebbe di essere l’unica alternativa alla disperazione.

Guido Gabriele

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