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“Non è una questione di uguaglianza”: indennità in Puglia e il disagio silenzioso degli infermieri del 118

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Puglia, consorzio Metropolis nella bufera per presunte irregolarità nell'organizzazione dell'orario di lavoro: 35 strutture a rischio chiusura
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C’è un momento preciso in cui Matteo – infermiere del 118 – si ferma e inizia a riflettere.

Non accade durante un’emergenza. Non accade davanti a un codice rosso. Accade leggendo un accordo. Quello sull’indennità di pronto soccorso della Puglia, che conferma – almeno fino al 31 dicembre 2025 – una distribuzione uniforme tra tutti i professionisti coinvolti nei servizi di emergenza. Uguale per tutti. Una scelta che, nelle intenzioni, richiama un principio di equità. Ma che, per molti infermieri, apre invece una riflessione più profonda: può esistere equità senza riconoscimento delle differenze?

Il punto non è una contrapposizione tra professioni.

Operatori socio-sanitari, autisti-soccorritori, personale tecnico e infermieri condividono ogni giorno lo stesso contesto difficile: il pronto soccorso, l’emergenza, la pressione costante. Il problema nasce altrove. Nasce quando responsabilità diverse, percorsi formativi differenti e livelli decisionali non sovrapponibili vengono percepiti come equivalenti anche sul piano della valorizzazione economica.

Il CCNL Comparto Sanità 2022-2024, all’Articolo 69, introduce proprio questo principio: le indennità devono essere differenziate per figura professionale, lasciando al confronto regionale la definizione dei criteri. Una direzione chiara, che molte regioni hanno già seguito. Non tutte.

Il caso pugliese si inserisce in un contesto più ampio, che riguarda l’intero sistema sanitario.

Secondo gli ultimi dati disponibili: in Italia mancano decine di migliaia di infermieri rispetto agli standard europei. Ogni anno migliaia di professionisti scelgono di trasferirsi all’estero o verso regioni più attrattive. Negli ultimi anni, Paesi come Germania, Canada, Svizzera e Regno Unito hanno intensificato il reclutamento di infermieri italiani, offrendo condizioni economiche e contrattuali più competitive.

Ma la mobilità non è solo internazionale. È anche interna. E spesso è silenziosa.

“Non è una guerra tra professioni” Matteo lo dice chiaramente: “Non è una guerra tra poveri. Nessuno mette in discussione il valore degli altri professionisti. Ma è difficile accettare che responsabilità diverse vengano considerate uguali”. Il suo non è uno sfogo isolato. È una sensazione diffusa: quella di un mancato riconoscimento, più che economico, professionale.

Perché chi lavora nell’emergenza sa bene quanto il margine decisionale, la responsabilità clinica e il rischio siano parte integrante del ruolo infermieristico. E quando questo non viene percepito – o peggio, viene appiattito – il problema diventa culturale prima ancora che contrattuale.

“Me ne andrò.” Non è una provocazione. È una possibilità concreta.

E come Matteo, molti altri iniziano a considerarla. Non necessariamente per lasciare la professione. Ma per cercare contesti dove sentirsi maggiormente valorizzati. La mobilità degli infermieri, oggi, non è solo una questione economica. È una questione di riconoscimento. E quando questo viene meno, il sistema rischia di perdere proprio le figure su cui si regge nei momenti più critici.

Durante l’incontro con le organizzazioni sindacali – tra cui NurSind – la Regione ha comunque manifestato la disponibilità a riaprire il confronto dal 2026, con l’obiettivo di adeguare i criteri al dettato contrattuale. Un segnale importante. Ma che per molti, dovrà tradursi in scelte concrete. Perché nel frattempo il rischio è che il disagio continui a crescere. In silenzio.

La questione, alla fine, è tutta qui.

Trattare tutti allo stesso modo può sembrare giusto. Ma non sempre lo è. Soprattutto quando le differenze non sono solo formali, ma sostanziali. E riconoscerle non significa dividere. Significa valorizzare. E Matteo lo capisce in quel momento. Capisce che forse non è il lavoro a non bastargli. È il riconoscimento. È la sensazione di non essere visto. Di non essere valorizzato. Di essere sostituibile.

“Allora me ne vado” pensa. E non è una minaccia. È un progetto. Un progetto che molti, negli anni, hanno già realizzato. Un progetto che altri stanno iniziando a considerare. Perché quando un sistema non premia le competenze, non trattiene i professionisti. Li perde. E così, mentre la Regione promette di riaprire il confronto dal 2026, il rischio è che nel frattempo qualcosa si sia già rotto. Non nei tavoli istituzionali. Ma nelle persone. E quando gli infermieri se ne vanno, non è solo una scelta individuale. È un segnale.

Redazione NurseTimes

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