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Certificati anti-rimpatrio a Ravenna: 3 medici interdetti. La Procura: “Aperta contestazione del sistema”

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Avrebbero agito per ragioni ideologiche e lo avrebbero fatto in violazione della legge, andando oltre le norme deontologiche richiamate per difendersi dalle accuse. Secondo Federica Lipovscek, gip della Procura di Ravenna che ha avviato l’indagine per falso in atto pubblico e interruzione di pubblico servizio, i medici delle Malattie infettive coinvolti avrebbero rilasciato certificati anti-rimpatrio per evitare il trasferimento di stranieri irregolari nei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), in un’ottica “di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina”.

Per questo motivo la giudice ha disposto la misura cautelare dell’interdizione dalla professione per dieci mesi a carico di tre medici, mentre per altri cinque è scattato il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai centri, sempre per dieci mesi. La Procura di Ravenna, con i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, che hanno coordinato gli accertamenti della polizia, aveva chiesto per tutti l’interdizione per un anno dalla professione, solo in relazione al reato di falso.

La gip ha rimodulato le misure, ma ha accolto l’impostazione accusatoria. E nonostante l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, prima degli interrogatori di garanzia del 12 marzo, di avere già escluso gli otto dalla mansione di certificazione per i Cpr, ha ritenuto sussistenti le esigenze cautelari sul rischio di reiterazione. Pericolo che non è venuto meno neppure quando l’indagine è stata resa pubblica dai media o con le manifestazioni di solidarietà a favore degli indagati.

Anzi, per la giudice le iniziative hanno creato un contesto potenzialmente favorevole alla reiterazione stessa. Conferma ulteriore a questo assunto è arrivata dalle dichiarazioni spontanee presentate per iscritto negli interrogatori preventivi della scorsa settimana. I medici di Ravenna hanno infatti ribadito di aver seguito le disposizioni del Codice deontologico, ma secondo la gip questo non è vero, perché il Codice impone al medico di curare i pazienti. E nei casi oggetto di contestazione i medici non risultano invece aver attivato accertamenti o trattamenti, ma si sono limitati a emettere i certificati di non idoneità al Cpr.

È successo così che, a fronte del pericolo di infezioni da scabbia o tubercolosi, gli indagati, dopo aver emesso il certificato di inidoneità al Cpr di Ravenna, non hanno provveduto alla presa in carico, lasciando le persone libere sul territorio e consentendo loro di diffondere le infezioni sospettate. In definitiva, il tema non è l’adesione a determinate idee, ma il fatto che la condivisione delle stesse si sia tradotta in comportamenti antigiuridici particolarmente gravi e in contrasto con le regole deontologiche. Le difese potranno impugnare in sede di Riesame.

Redazione Nurse Times

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