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Infermieri dall’estero, la salute non ammette deroghe: ieri contro lo sfruttamento privato, oggi in prima linea per la sicurezza delle cure

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Riceviamo e pubblichiamo un contributo del dottor Abukar Aweis Mohamed (foto), che esprime soddisfazione per l’intesa Fnopi-Amsi sul reclutamento etico degli infermieri.

Il 12 maggio abbiamo celebrato la Giornata internazionale dell’infermiere. Ma passati i tweet di rito e i ringraziamenti di facciata della politica, nelle corsie restano i problemi strutturali di sempre. Tra questi, uno dei più complessi e divisivi è la gestione dei flussi di personale sanitario dall’estero.

Un tema che non mi è nuovo: dieci anni fa, dai banchi del Consiglio dell’allora Ipasvi Firenze, mi occupai in prima persona di tracciare una strada alternativa al fenomeno del “reclutamento non etico”. Era il 2016 quando, come Ordine provinciale, lanciammo un monito severo, chiedendo di vigilare sul reclutamento selvaggio di professionisti dall’estero (articolo pubblicato su Nurse Times il 12 febbraio 2016) .

La nostra era una battaglia pionieristica contro lo sfruttamento a opera delle agenzie private e delle cooperative, che offrivano contratti al ribasso, impoverendo i sistemi sanitari dei Paesi d’origine e aggirando le tutele nel nostro. La nostra, ci tengo a sottolinearlo, non era una chiusura preconcetta, ma una battaglia per la legalità, la dignità e la sicurezza delle cure.

Per dimostrare che un’alternativa era possibile curai personalmente un grande convegno nazionale per proporre un nuovo ruolo per gli infermieri cooperanti, convinto che l’integrazione e lo scambio internazionale dovessero fondarsi su progetti etici, sulla formazione e sulla cooperazione, e non sul precariato (articolo pubblicato su Nurse Times il 9 ottobre 2017).

Allora facevamo da scudo istituzionale, imponendo una vigilanza rigorosa su titoli, competenze e lingua italiana. A distanza di un decennio lo scenario è mutato, ma la storia mi ha dato ragione. La posta in gioco è la stessa, solo che il “Far West” oggi è stato istituzionalizzato dalla politica.

Per coprire i buchi di organico causati da anni di mancata programmazione e stipendi inadeguati lo Stato ha trasformato le “norme in deroga” nate con la pandemia in una toppa permanente. Si importano flussi di personale extra-Ue, saltando i controlli ordinari degli Ordini e sottovalutando la barriera linguistica nelle corsie. Una scorciatoia pericolosa, che svilisce la nostra professione e mette a rischio i cittadini.

Ecco perché esprimo la mia più profonda soddisfazione per lo storico protocollo d’intesa siglato proprio in questi giorni tra la Fnopi, guidata dalla presidente Barbara Mangiacavalli, e l’Amsi (Associazione medici di origine straniera in Italia) del presidente Foad Aodi, insieme al Movimento Uniti per Unire e all’UMEM.

Vedere la Federazione nazionale e i professionisti della salute di origine straniera di lungo corso unire le forze per dire un “no” perentorio alle deroghe selvagge è la chiusura di un cerchio perfetto. È la validazione istituzionale e nazionale della linea che sostenevo dieci anni fa a Firenze: l’integrazione è una risorsa vitale, ma solo se cammina sui binari della legalità, della verifica linguistica tassativa e dell’iscrizione obbligatoria all’Albo.

Questo accordo dimostra che la vera accoglienza non si esaurisce con l’assunzione in deroga, ma richiede un processo costante di accompagnamento. Il protocollo mette finalmente al centro gli strumenti che invocavamo da tempo: percorsi trasparenti governati dagli Ordini, attività di tutoring e mentoring per l’integrazione culturale e organizzativa, accesso obbligatorio alla formazione continua (Ecm) per garantire l’appropriatezza delle cure.

Questo traguardo rappresenta un bellissimo risultato e una vittoria straordinaria non solo per noi professionisti della salute, che vediamo finalmente tutelata la dignità del nostro lavoro attraverso un reclutamento che sia finalmente etico, ma per tutti i cittadini che ogni giorno si rivolgono ai servizi sanitari.

Mettere un freno al “Far West” delle deroghe è l’unico modo reale per innalzare la qualità dell’assistenza e garantire la massima sicurezza delle cure all’interno dei nostri ospedali. Il messaggio uscito dalla Giornata internazionale dell’infermiere porta con sé il peso di dieci anni di lotte: la risposta alla crisi della sanità non può essere il ribasso degli standard assistenziali.

Ieri proponevamo soluzioni etiche e strutturate contro le speculazioni dei privati. Oggi continuiamo a difendere la professione dalle soluzioni di comodo della politica, per il bene dei professionisti e della salute di tutti. Curare richiede tempo, competenza, comunicazione e dignità. E su questo, oggi come dieci anni fa, non si accettano deroghe.

* Dottore magistrale in Management delle organizzazioni pubbliche e sanitarie
Infermiere forense – Management per le funzioni di coordinamento.
Già professore a contratto – Università degli Studi di Firenze
Già consigliere di Ipasvi Firenze

Redazione Nurse Times

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