La FNOMCeO chiede di sostituire la parola «prescrivere» con «richiedere» per gli infermieri specialisti, garantendo che la diagnosi resti atto medico
La Federazione medica ha approvato una mozione che solleva osservazioni formali sullo schema di decreto del Ministero, incentrato sull’istituzione di tre nuove lauree magistrali per gli infermieri specialisti. Al centro della discussione resta la scelta lessicale del decreto — la possibilità che il testo consenta agli infermieri specialisti di «prescrivere» presidi, ausili e tecnologie — e la proposta di sostituirla con il verbo «richiedere», condizionando ogni intervento all’esito della diagnosi e alla prima prescrizione medica.
Il documento della Federazione sottolinea la necessità di tutelare la corretta delimitazione degli ambiti professionali, ricordando che diagnosi, prognosi e terapia costituiscono atti qualificanti della professione medica. La richiesta di modifica si inserisce quindi in un quadro normativo che intende evitare sovrapposizioni operative e garantire la sicurezza clinica dei pazienti.
Contenuto del decreto e obiettivo formativo
Lo schema predisposto dal Ministero introduce percorsi di formazione avanzata per gli infermieri nelle aree dell’assistenza territoriale (infermieristica di famiglia e comunità), delle cure neonatali e pediatriche e dell’area critica e d’emergenza. L’obiettivo dichiarato è rafforzare competenze tecniche e organizzative per migliorare l’assistenza in contesti complessi e territoriali, colmando gap formativi preesistenti.
La norma, nella sua formulazione originale, contempla la possibilità per i professionisti formati in questi percorsi di intervenire nella gestione di presidi e ausili: è questo aspetto che ha motivato la richiesta di chiarimento da parte della Federazione, che chiede di ribadire la necessità di un atto diagnostico e di una prescrizione medica previa.
Perché la modifica proposta
La proposta di sostituire «prescrivere» con «richiedere» nasce dalla volontà di mantenere la diagnosi e gli atti terapeutici nella sfera di competenza medica, pur riconoscendo il ruolo operativo e tecnico dell’infermiere specializzato. Secondo i promotori della mozione, la nuova formulazione consentirebbe all’infermiere di operare con maggiore autonomia tecnica — ad esempio nella selezione e nell’utilizzo di ausili e tecnologie — ma sempre in esito a una diagnosi medica e dopo la prima prescrizione, preservando così i confini di responsabilità previsti dalla normativa vigente.
Conclusioni
Il decreto MUR istituisce tre percorsi: infermieristica di famiglia e comunità, cure neonatali e pediatriche, area critica ed emergenza. L’intento formativo è colmare gap reali nell’assistenza territoriale e specialistica.
Le cosiddette “prescrizioni” presenti nel testo riguardano presidi, ausili e tecnologie connesse all’assistenza, non atti diagnostico-terapeutici riservati per legge al medico. In molti casi si tratta di dispositivi che richiedono competenza tecnica e prassi condivise più che «intuizione diagnostica».
Sarebbe utile che i promotori della mozione — che legittimamente difendono la diagnosi come nucleo dell’atto medico — ricordassero anche che sicurezza e appropriatezza non si proteggono solo con sentenze formali, ma con formazione, protocolli condivisi, linee guida e concertazione tra professioni. L’articolo 1, comma 566, della Legge 190/2014 prevede esattamente questo percorso di concertazione Governo-Regioni.
Il rischio vero non è che gli infermieri prendano decisioni mediche; il rischio è che, ostacolando l’autonomia operativa, si creino ritardi, inefficienze e contenziosi che danneggiano i pazienti. Paradossalmente, il conservatorismo iper-legale è spesso il miglior alleato dell’inefficacia.
Redazione NurseTimes
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