Un 45enne affetto da grave paralisi e difficoltà nel parlare dovute alla sclerosi laterale amiotrofica (Sla) ha ripreso a comunicare grazie a un chip impiantato nel cervello, in grado di interpretare gli stimoli cerebrali, per poi trasferire le informazioni ricevute a un sintetizzatore “su misura” che le legge da un computer. Il risultato è sorprendente: pur non uscendo direttamente dalla bocca del paziente, la voce è praticamente identica a quella che aveva prima che la malattia gliela portasse via. E viene fuori fluida, sebbene le parole siano pronunciate con qualche secondo di ritardo rispetto a quando il paziente le ha pensate.
Non solo. L’uomo, definito paziente T15, ha anche la possibilità di utilizzare il dispositivo stando a casa, nella vita di tutti i giorni, invece che in un contesto controllato come un laboratorio e con il supporto di professionisti. E lo ha utilizzato quasi ogni giorno per oltre 3.800 ore. Ad annunciare questo eccezionale traguardo è un gruppo di ricerca coordinato da Sergey Stavisky e David Brandman, dell’Università della California. I dettagli del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Nature Medicine.
La rivoluzione di questo studio clinico, condotto nell’ambito del programma BrainGate2, sta proprio nell’abbattimento delle mura del laboratorio. Finora, infatti, le interfacce cervello-computer erano considerate strumenti sperimentali complessi, utilizzabili solo per brevi sessioni sotto la stretta vigilanza di ingegneri e medici, a causa della necessità di continue e tediose ricalibrazioni dei software. Nel caso di T15, invece, l’assistenza dei ricercatori è stata completamente azzerata grazie a una modifica dei protocolli autorizzata dagli enti regolatori.
I familiari e i caregiver sono stati formati semplicemente per accendere i computer e connettere fisicamente l’hardware allo scalpo del paziente. Una routine domestica di appena 20 minuti, che ha spalancato all’uomo le porte di un’autonomia quotidiana senza precedenti, permettendogli di utilizzare il sistema per una media di 9,5 ore al giorno, con picchi che hanno raggiunto persino le 19 ore continuative in una sola giornata.
I numeri raccolti nell’arco di diciannove mesi di utilizzo indipendente a casa delineano infatti un successo scientifico e umano straordinario. Il paziente ha formulato e condiviso ben 183.060 frasi, per un totale di 1.960.163 parole espresse unicamente attraverso lo sforzo del pensiero. La velocità di digitazione mentale ha toccato una media di 56 parole al minuto, un ritmo incredibilmente rapido rispetto ai tradizionali sistemi assistivi.
I ricercatori precisano comunque che un singolo caso di successo non consente di trarre conclusioni cliniche universali. Saranno necessarie ulteriori ricerche su un campione più ampio per valutare l’efficienza della tecnica su scale diverse, così come sarà fondamentale lavorare sulla miniaturizzazione dei server (oggi montati su un ingombrante carrello mobile) e sullo sviluppo di impianti totalmente wireless che eliminino i cavi fisici sporgenti dallo scalpo. La pietra miliare, tuttavia, è stata posata.
Redazione Nurse Times
Fonte: Nature Medicine
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