Ogni volta che in sanità si parla di nuove competenze, nuove lauree o nuove figure professionali, il dibattito si accende rapidamente. È accaduto anche con il recente position paper delle società scientifiche infermieristiche, che lancia un allarme preciso: introdurre la figura dell’infermiere specialista senza definirne chiaramente ruolo, responsabilità, autonomia e collocazione organizzativa rischia di produrre un semplice titolo accademico, privo di un reale impatto sul Servizio sanitario nazionale.
È un tema che riguarda certamente la professione infermieristica, ma che in realtà racconta molto del modo in cui in Italia si costruiscono le riforme. Da anni il nostro sistema sembra innamorato delle etichette. Cambiano i nomi, si introducono nuove denominazioni, si istituiscono nuovi percorsi formativi, ma troppo spesso si dimentica la domanda più importante: dove lavoreranno questi professionisti e con quali responsabilità? È una domanda banale, e forse proprio per questo viene spesso rimandata.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga serie di innovazioni annunciate come svolte epocali. Le case della comunità avrebbero rivoluzionato l’assistenza territoriale, gli ospedali di comunità avrebbero alleggerito gli ospedali per acuti, il Dm 77 avrebbe ridisegnato la sanità di prossimità, il Pnrr avrebbe trasformato l’organizzazione del sistema. Tutto vero, almeno sulla carta. Poi, però, la realtà ha ricordato che le riforme non funzionano perché vengono pubblicate in Gazzetta Ufficiale. Funzionano se esistono persone, processi, competenze manageriali e modelli organizzativi capaci di renderle operative.
È lo stesso rischio che oggi corre l’infermiere specialista. Possiamo creare il miglior percorso universitario possibile, definire competenze avanzate e investire nella formazione, ma se al termine del percorso il professionista torna nello stesso reparto, con lo stesso contratto, lo stesso inquadramento, le stesse responsabilità formali e le stesse possibilità di carriera, cosa è realmente cambiato? La risposta, probabilmente, è il curriculum del singolo, non il sistema.
Questo è un limite che va ben oltre l’infermieristica. La politica sanitaria italiana sembra avere una straordinaria capacità di investire nella fase più visibile delle riforme e una cronica difficoltà a occuparsi della loro implementazione. Si finanziano percorsi formativi prima di progettare le funzioni che dovranno svolgere. Si immaginano nuove professionalità senza ridefinire le organizzazioni che dovranno accoglierle. Si parla di innovazione clinica senza affrontare il nodo della governance.
È come acquistare un sofisticato software gestionale senza avere computer su cui installarlo o personale formato per utilizzarlo. Nessuno metterebbe in discussione la qualità del software, ma sarebbe evidente che il problema non è il programma: è il sistema che dovrebbe farlo funzionare. In sanità, invece, continuiamo spesso a confondere l’innovazione con la sua semplice istituzione normativa.
C’è poi un aspetto culturale che merita attenzione. Per anni abbiamo sostenuto che gli infermieri dovessero crescere professionalmente, sviluppare competenze avanzate, partecipare alla ricerca, assumere maggiori responsabilità nella gestione della cronicità, della complessità assistenziale e della continuità delle cure. Oggi, finalmente, si apre la possibilità di costruire percorsi specialistici strutturati. Sarebbe però un errore trasformare questa conquista in un esercizio puramente accademico.
Le professioni non diventano più attrattive perché aumentano il numero dei titoli conseguibili. Diventano attrattive quando quei titoli modificano realmente il lavoro quotidiano, migliorano la qualità dell’assistenza, producono percorsi di carriera credibili e consentono ai cittadini di ricevere servizi migliori. Se tutto questo non accade, il rischio è quello di alimentare un’altra forma di inflazione formativa: sempre più master, sempre più lauree, sempre più competenze certificate, ma nessun cambiamento percepibile nell’organizzazione dei servizi.
Forse il vero dibattito, allora, non dovrebbe essere se istituire o meno l’infermiere specialista. Su questo esiste ormai un consenso abbastanza ampio. La domanda più scomoda è un’altra: il Servizio sanitario nazionale è davvero pronto a riconoscere e utilizzare professionisti con competenze specialistiche, oppure stiamo costruendo l’ennesima riforma destinata a fermarsi davanti alla porta degli uffici del personale?
Perché la storia della sanità italiana insegna una cosa con una certa regolarità: le norme arrivano quasi sempre prima dell’organizzazione. E finché continueremo a credere che una legge possa sostituire un modello organizzativo, il rischio sarà sempre lo stesso. Non quello di non avere infermieri specialisti, ma di avere infermieri specialisti che, una volta entrati in reparto, scopriranno di essere rimasti esattamente dove erano prima, con un titolo in più e un sistema che non sa ancora cosa farsene.
Guido Gabriele Antonio
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