Il Dm 77 ha stabilito quanti professionisti servono, Agenas ne ha descritto le funzioni e le Regioni hanno avviato modelli differenti. Eppure, mentre le case della comunità avanzano, soprattutto come edifici, l’infermiere di famiglia e comunità continua a cercare una collocazione professionale uniforme nel nuovo territorio sanitario.
Servono circa 19mila infermieri di famiglia e comunità. Il calcolo è semplice: il Dm 77 del 2022 prevede almeno un professionista ogni 3mila abitanti e, applicando lo standard alla popolazione italiana, il risultato oscilla intorno alle 19-20mila unità. Finalmente un numero chiaro. Peccato che, subito dopo aver contato gli infermieri necessari, il sistema abbia dimenticato di spiegare con altrettanta chiarezza chi debba assumerli, con quale formazione, dentro quale modello organizzativo, con quali responsabilità e, soprattutto, con quale autonomia.
Abbiamo quindi definito il fabbisogno prima di definire compiutamente il lavoro. Una scelta coerente con una sanità che spesso costruisce il contenitore, inaugura il contenitore, fotografa il contenitore e soltanto alla fine si accorge che dentro il contenitore dovrebbero esserci professionisti, processi e servizi. La notizia riporta al centro proprio questa contraddizione: il territorio dovrebbe rappresentare il futuro del Servizio sanitario nazionale, ma uno dei professionisti chiamati a sostenerlo continua a essere applicato in maniera disomogenea.
A essere precisi, l’infermiere di famiglia e comunità non è completamente indefinito. Il Dm 77 lo descrive come il professionista orientato alla gestione proattiva della salute, operante sui bisogni di una popolazione appartenente a uno specifico territorio. Agenas ne ha individuato gli ambiti ambulatoriale, domiciliare e comunitario. La Fnopi, già da anni, chiarisce che non si tratta dell’infermiere assegnato al medico di medicina generale, né di un semplice erogatore itinerante di prelievi, medicazioni e terapie. Deve intercettare precocemente fragilità e cronicità, sostenere pazienti e caregiver, promuovere prevenzione e autocura, facilitare l’aderenza terapeutica, coordinarsi con la rete sociosanitaria e contribuire alla continuità assistenziale.
Le funzioni generali, dunque, esistono. Ciò che manca è la loro traduzione uniforme in ruoli, responsabilità, percorsi formativi, dotazioni organiche e modelli di presa in carico. La stessa Fnopi continua a segnalare un’attuazione regionale “a macchia di leopardo” e la necessità di una formazione specialistica coerente con la complessità del ruolo. Insomma, non siamo davanti a una figura senza identità, ma a una figura con molte identità, una per ogni Regione e qualche volta una per ogni azienda sanitaria. Il federalismo sanitario, quando vuole, riesce a trasformare persino un profilo nazionale in una collezione di interpretazioni locali.
Il rischio è che l’infermiere di famiglia e comunità venga assorbito dalle vecchie logiche organizzative e utilizzato per coprire ciò che manca, anziché per costruire ciò che serve. Se non si definiscono popolazione di riferimento, criteri di presa in carico, strumenti di valutazione, autonomia decisionale, integrazione con medici di medicina generale, servizi sociali, centrali operative territoriali e case della comunità, il nuovo professionista finirà per svolgere le vecchie attività con un’etichetta più moderna. Cambierà il nome sulla porta, non il modello assistenziale.
Potremmo ritrovarci con infermieri di famiglia impiegati prevalentemente per prestazioni occasionali, senza una vera responsabilità sui percorsi, senza accesso completo alle informazioni e senza la possibilità di misurare gli esiti prodotti. Sarebbe la perfetta riforma italiana: innovativa nel titolo, tradizionale nell’organizzazione e misteriosa nei risultati.
C’è poi una domanda che aleggia sulle case della comunità, ma che raramente compare nelle fotografie delle inaugurazioni: dove dovremmo trovare questi 19mila infermieri? Il Ssn affronta già una carenza strutturale, una professione sempre meno attrattiva, un’età media elevata e una competizione crescente tra ospedale, territorio, privato e assistenza domiciliare.
Spostare infermieri dall’ospedale alle case della comunità non crea nuovo personale: distribuisce diversamente una carenza già esistente. E assumere senza costruire percorsi specialistici, riconoscimento contrattuale e reali possibilità di crescita significa preparare un’altra casella organizzativa da riempire con buona volontà e straordinari. La programmazione dovrebbe quindi tenere insieme almeno quattro questioni: fabbisogno, formazione, reclutamento e sviluppo professionale. Se ne manca una, le altre diventano un esercizio contabile.
L’infermiere di famiglia e comunità può rappresentare una delle innovazioni più importanti del nuovo territorio sanitario, soprattutto in un Paese che invecchia, nel quale aumentano cronicità, fragilità e bisogni di continuità. Può ridurre accessi impropri, intercettare precocemente i problemi, sostenere la permanenza al domicilio e ricucire quel rapporto tra servizi e cittadini che oggi si perde tra liste d’attesa, uffici e competenze frammentate.
Ma per riuscirci deve essere responsabile di processi assistenziali, non soltanto disponibile a eseguire prestazioni. Servono indicatori: persone prese in carico, accessi evitati, aderenza ai percorsi, capacità di autocura, continuità dopo la dimissione, riduzione delle riacutizzazioni e soddisfazione di pazienti e caregiver. Senza risultati misurabili, anche il migliore modello rischia di diventare l’ennesimo progetto pilota destinato a restare pilota per tutta la vita.
Il problema, quindi, non è soltanto trovare 19mila infermieri. È decidere se il Paese vuole davvero affidare loro una funzione clinica, organizzativa e sociale riconoscibile. Perché gli edifici possono essere consegnati, i finanziamenti rendicontati e gli standard inseriti nei documenti. Ma la sanità territoriale non prende vita quando si taglia un nastro: prende vita quando qualcuno entra nelle case, riconosce i bisogni prima che diventino emergenze, coordina risposte e si assume la responsabilità di un percorso.
Il Dm 77 ha stabilito quanti infermieri servono. Adesso bisognerebbe finalmente decidere che cosa metterli nelle condizioni di fare. Altrimenti avremo 19mila posti teorici, mille case della comunità e, come spesso accade, cittadini ancora molto concreti lasciati soli davanti a servizi meravigliosamente programmati.
Guido Gabriele Antonio
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