Il DM 77 fissa un IFoC ogni 3.000 abitanti. Agenas ne delinea le funzioni, ma l’attuazione regionale resta ancora frammentata
Le Case della Comunità hanno bisogno di infermieri, molti infermieri. Il tema torna al centro del dibattito nazionale dopo l’articolo pubblicato il 25 agosto 2026 dal Sole 24 Ore, che stima in circa 19mila i professionisti necessari e richiama l’attenzione sulla non completa definizione operativa del ruolo dell’Infermiere di Famiglia o Comunità (IFoC).
Il numero non nasce però da una nuova decisione di assunzione né rappresenta automaticamente 19mila posti vacanti. Deriva soprattutto dallo standard nazionale stabilito dal DM 77/2022, che individua almeno un Infermiere di Famiglia o Comunità ogni 3.000 abitanti. Applicando questo parametro ai 58 milioni e 943mila residenti stimati dall’Istat al 1° gennaio 2026 si arriva, in termini puramente teorici, a circa 19.600 professionisti.
Il dato fotografa dunque la dimensione della sfida: costruire le strutture non basta. Per rendere realmente operativa la nuova assistenza territoriale servono organici, competenze, modelli organizzativi omogenei e una chiara collocazione professionale.
Da dove nasce il fabbisogno di circa 19mila infermieri
Il riferimento normativo centrale è il Decreto ministeriale 23 maggio 2022, n. 77, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 22 giugno 2022 ed entrato in vigore il 7 luglio dello stesso anno. Il provvedimento ha ridisegnato l’assistenza territoriale del Servizio sanitario nazionale, introducendo standard comuni per Distretti, Case della Comunità, Centrali operative territoriali, assistenza domiciliare e Ospedali di Comunità.
Per l’Infermiere di Famiglia o Comunità il parametro indicato è di almeno un professionista ogni 3.000 abitanti.
È importante chiarire un aspetto: questo rapporto riguarda il modello complessivo di assistenza territoriale e non significa che tutti i circa 19-20mila infermieri debbano essere fisicamente collocati all’interno delle sole Case della Comunità.
L’IFoC opera infatti in una rete che comprende domicilio, ambulatori, comunità, assistenza ai pazienti cronici, integrazione sociosanitaria, telemedicina e raccordo con gli altri servizi del Distretto.
I compiti dell’Infermiere di Famiglia non sono assenti sulla carta
Parlare di un ruolo completamente indefinito sarebbe oggi riduttivo.
Agenas ha pubblicato già nel 2023 specifiche Linee di indirizzo sull’Infermiere di Famiglia o Comunità, descrivendo tre principali ambiti di attività: ambulatoriale, domiciliare e comunitario.
L’IFoC è chiamato, tra l’altro, a intercettare precocemente i bisogni assistenziali, contribuire alla presa in carico delle persone con cronicità e fragilità, promuovere prevenzione ed educazione sanitaria, sostenere pazienti e caregiver, favorire l’aderenza ai percorsi di cura e collegare cittadino, famiglia, servizi sanitari e rete sociale.
Non è quindi semplicemente l’infermiere che esegue prestazioni ambulatoriali sul territorio.
Il modello punta piuttosto a una presa in carico proattiva, nella quale il professionista anticipa i bisogni e contribuisce alla continuità assistenziale, evitando quando possibile riacutizzazioni, accessi impropri in Pronto soccorso e ricoveri evitabili.
Agenas nel 2026 prova a rendere più concreto il lavoro nelle Case della Comunità
Un ulteriore passo è arrivato il 28 luglio 2026, quando Agenas ha pubblicato le nuove Linee di indirizzo tecniche sulle équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle Case della Comunità.
Il documento, elaborato dopo una consultazione pubblica che ha raccolto oltre 760 contributi, punta a tradurre il DM 77 in modalità operative concrete, superando un’organizzazione nella quale ciascuna professione lavora separatamente dalle altre. (Agenas)
Medici di medicina generale, infermieri, specialisti, professionisti sanitari e area sociale devono invece condividere presa in carico, informazioni, percorsi e obiettivi.
Questo passaggio rende ancora più evidente un punto: il problema non è tanto l’assenza assoluta di indicazioni sui compiti dell’infermiere, quanto la loro applicazione uniforme nelle diverse realtà del SSN.
Il vero nodo: ventuno sistemi territoriali che procedono a velocità diverse
La frammentazione regionale è uno degli elementi più critici.
Il Rapporto sulle professioni infermieristiche FNOPI ha evidenziato che il recepimento del DM 77 non ha prodotto una prassi nazionale uniforme. Cambiano modelli organizzativi e persino la denominazione utilizzata.
Solo Lazio, Lombardia, Sardegna e Toscana adottano prevalentemente l’espressione Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC), mentre negli altri territori prevale Infermiere di Famiglia o Comunità (IFoC). Una differenza terminologica che, secondo il Rapporto, riflette anche differenti interpretazioni organizzative della funzione.
È su questo terreno che il ruolo rischia di apparire ancora “fumoso”: non tanto nelle competenze infermieristiche di base, definite dall’ordinamento professionale, quanto nelle modalità con cui il nuovo professionista viene selezionato, formato, impiegato, integrato nelle équipe e valorizzato all’interno delle aziende sanitarie.
Sul fronte sindacale, inoltre, Nursing Up ha chiesto nel 2026 una più solida definizione professionale e contrattuale dell’Infermiere di Famiglia e Comunità, segnalando il rischio che una figura strategica per il PNRR rimanga diversamente organizzata da territorio a territorio. Si tratta, in questo caso, di una posizione sindacale e non di una disposizione normativa.
Case della Comunità, il target PNRR è ancora sotto verifica
La questione del personale si intreccia direttamente con il completamento della Missione 6 del PNRR.
Il target europeo prevede almeno 1.038 Case della Comunità operative secondo gli standard minimi concordati e previsti dal DM 77. L’investimento PNRR destinato alla misura ammonta a 2 miliardi di euro.
Ma attenzione alle date.
In un aggiornamento ufficiale del 7 agosto 2026, il Ministero della Salute ha comunicato che, per il target delle 1.038 Case della Comunità, sono ancora in corso le attività di verifica e acquisizione della documentazione necessaria alla rendicontazione finale alla Commissione europea.
Pertanto, alla data del 25 agosto 2026, non è corretto trasformare automaticamente l’avanzamento edilizio delle strutture nella certificazione della loro piena operatività assistenziale.
Una Casa della Comunità può essere completata dal punto di vista strutturale e tecnologico, ma il vero risultato per il cittadino si misura nella presenza dei servizi e dei professionisti.
Per la professione infermieristica la riforma apre uno spazio potenzialmente enorme.
L’Infermiere di Famiglia o Comunità può diventare uno dei principali riferimenti della sanità di prossimità, soprattutto per anziani, pazienti cronici, persone fragili e famiglie che necessitano di continuità assistenziale.
Il nuovo modello valorizza competenze che vanno oltre la singola prestazione tecnica:
- valutazione dei bisogni assistenziali;
- presa in carico e follow-up;
- educazione terapeutica e sanitaria;
- prevenzione;
- gestione della cronicità e della fragilità;
- sostegno all’autocura;
- assistenza domiciliare;
- telemonitoraggio e telemedicina;
- case management;
- raccordo con medici, specialisti, COT, ADI e servizi sociali.
Proprio per questo sarebbe un errore trasformare l’IFoC in un semplice “infermiere del poliambulatorio”.
La forza del modello consiste nella proattività e nella continuità della presa in carico, non nella mera esecuzione di prestazioni.
Non servono soltanto nuovi muri: servono professionisti e regole uniformi
La cifra dei 19mila infermieri è quindi utile soprattutto perché rende evidente la dimensione del cambiamento richiesto al Servizio sanitario nazionale.
Le indicazioni normative e professionali esistono, ma il passaggio decisivo deve avvenire nell’organizzazione concreta.
Occorrono programmazione degli organici, percorsi formativi riconoscibili, criteri omogenei di impiego, integrazione effettiva nelle équipe, strumenti per misurare gli esiti assistenziali e una valorizzazione coerente con le responsabilità richieste.
Altrimenti il rischio è evidente: avere Case della Comunità nuove e tecnologicamente attrezzate, ma incapaci di esprimere quella sanità di prossimità per la quale sono state finanziate.
Perché, alla fine, il successo della riforma non sarà misurato dal numero degli edifici inaugurati. Sarà misurato dalla capacità di medici, infermieri e altri professionisti di prendere realmente in carico i cittadini prima che il loro bisogno di salute diventi un accesso in ospedale.
Redazione NurseTimes
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Fonti ufficiali consultate
- Fonte originaria della notizia: Il Sole 24 Ore, 25 agosto 2026, “Case di comunità, servono 19mila infermieri ma ruolo e compiti sono ancora fumosi”.
- Gazzetta Ufficiale: Decreto del Ministero della Salute 23 maggio 2022, n. 77, “Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel SSN”.
- AGENAS: Linee di indirizzo Infermiere di Famiglia o Comunità. Linee di indirizzo IFoC di Agenas
- AGENAS: Linee di indirizzo sulle équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle Case della Comunità, pubblicate il 28 luglio 2026. Linee Agenas sulle équipe nelle Case della Comunità
- Ministero della Salute – PNRR Missione 6: aggiornamento del 7 agosto 2026 sulla rendicontazione dei target finali. (PNRR Salute)
- FNOPI: Rapporto sulle Professioni Infermieristiche, con analisi dell’implementazione regionale del DM 77. (FNOPI)
- ISTAT: Indicatori demografici 2025, popolazione residente al 1° gennaio 2026. (ISTAT)
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