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Pubblico e accreditato: insieme per curare come una squadra

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Uls: "Tredicesima più leggera per i lavoratori della sanità privata"
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C’è un’immagine che si ripete in ogni angolo delle regioni italiane: al fianco di un ospedale pubblico, a volte a pochi chilometri, si può trovare un ospedale classificato, oppure un policlinico universitario, una clinica accreditata, o un centro Irccs accreditato, un centro di riabilitazione, un laboratorio di analisi, oppure una Rsa convenzionata. È la fisionomia stessa del nostro Servizio sanitario nazionale, così come lo ha disegnato la Costituzione all’articolo 32 e organizzato la Legge 833 del 1978: un sistema unico, che si regge su due gambe, pubblica e accreditata convenzionata, fatte per camminare insieme.

E qui va detta una cosa con chiarezza, perché è la verità più importante di tutte: pubblico e accreditato non sono in contrapposizione. I professionisti che vi lavorano non si contendono il paziente, l’utente, come si contende una quota di mercato: collaborano, si confrontano, cercano insieme la cura più giusta per quella persona. Sono due mani della stessa cura, due gambe di un unico Servizio sanitario nazionale universale, che cura gratuitamente ogni giorno migliaia di cittadine e cittadini. Silenziosamente, senza che quasi nessuno se ne accorga. Tranne chi, in un momento di fragilità, ne ha ricevuto il beneficio sulla propria pelle.

Pensiamo a una storia semplice, che si ripete migliaia di volte in ogni regione d’Italia. Una signora anziana, con pluripatologie, cade in casa e si frattura il femore. Viene operata in un ospedale pubblico. Ma l’intervento, da solo, non le restituisce la vita di prima: serve un percorso di riabilitazione, fatto di giorni, a volte settimane, per rimettere in piedi un corpo che ha paura di cadere di nuovo. Ed è lì, in un centro di riabilitazione accreditato convenzionato, che quella signora ritrova, passo dopo passo, la forza per tornare a casa. Non un pezzo di percorso “in meno”, ma la continuazione naturale della stessa cura.

E poi c’è l’ultimo miglio, quello più delicato, quello che si vive nelle case, nelle notti in cui non si riesce a dormire per la preoccupazione. Un anziano è pronto per essere dimesso dalla lungodegenza ospedaliera, ma la famiglia non ha la forza di accoglierlo subito a casa, per motivi spesso taciuti. Magari la figlia, a sua volta, è malata, o magari è il genitore anziano ad avere un figlio giovane con una malattia importante. È in quel momento che l’ospedale pubblico si appoggia a una Rsa accreditata convenzionata per una dimissione dignitosa e sicura. E capita che il medico della Rsa telefoni al collega della lungodegenza per un confronto professionale su quel paziente. Due camici diversi, due strutture diverse, un’unica responsabilità condivisa.

Il ministro Schillaci ha annunciato, in vista della prossima Legge di Bilancio, l’impegno del Governo su più medici, più professionisti, retribuzioni migliori per chi lavora nel Ssn. Ha parlato di un trattamento più uniforme tra le diverse professioni sanitarie su indennità e tassazione dello straordinario, di interlocuzioni già avviate con Aran e ministero dell’Economia, di un Fondo sanitario nazionale cresciuto dai circa 126 miliardi del 2022 a quasi 143 miliardi nel 2026, e del rinnovo del contratto del comparto Sanità 2025-2027, firmato nei mesi scorsi.

Sono impegni giusti. Ma un Servizio sanitario nazionale che investe su una parte del personale, dimenticando l’altra – quella delle strutture accreditate convenzionate – rischia di spaccare proprio la squadra di cui abbiamo parlato. La situazione, su questo fronte, è diseguale. Per i centri di riabilitazione i Drg sono stati finalmente adeguati dal Governo, e ora tocca alle Regioni recepirli nelle rette. Per i Drg ospedalieri per acuti, le risorse sono state stanziate in finanziaria, ma manca ancora la legge che le traduca in tariffe aggiornate.

Le tariffe ambulatoriali, pur adeguate, lo sono state, secondo le associazioni di categoria, in misura molto inferiore all’aumento reale dei costi. A questo si aggiungono le rette delle strutture socio-sanitarie ex art. 26, ferme in alcune regioni da quattordici anni, e i contratti del personale: non rinnovati, come accade per Aris Rsa e Aiop Rsa, fermi da quattordici anni, proprio perché le rette che dovrebbero sostenerli non vengono adeguate da altrettanto tempo.

È questa squadra che il ministro Schillaci, e con lui l’intero Governo, hanno il dovere di tenere unita. Perché se una delle due gambe si indebolisce – se i Drg previsti in finanziaria non diventano legge, se le Regioni non adeguano entro settembre i Drg della riabilitazione già deliberati, se le rette restano ferme da quattordici anni, se i contratti non si rinnovano da altrettanto tempo, se il personale se ne va perché non trova più le condizioni per restare -, non si indebolisce solo una parte del sistema sanitario, ma la capacità di tutti noi di trovare la mano tesa di un infermiere, un medico, un fisioterapista, una logopedista nel momento del bisogno.

Quella mano che, da quasi cinquant’anni, in ogni regione d’Italia, si tende sia da un letto d’ospedale pubblico, sia da un letto di struttura accreditata convenzionata. Perché al paziente, al cittadino fragile, importa solo che quella mano arrivi, e che porti con sé cura e assistenza.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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